domenica 18 marzo 2012

COME UN MARE SENZA VENTO


Il mio sonno è privo di sogni come il mio giorno.
Me ne stavo seduto sul water nei minuti a cavallo delle 23 e guardavo, attraverso le lenti scure degli occhiali da sole, gli asciugamani appesi scomposti alla sbarra sulla parete di fronte. E pensavo: devo scrivere un libro su questo, ma a chi può interessare un libro del genere? Raggiunsi il lavandino.
La mia faccia nello specchio mi appariva strana. Per la fioca luce della plafoniera le lenti risultavano nere, cosicché il mio viso - io che guardavo nello specchio - mancava dello sguardo verso lo specchio. Il che avrebbe potuto farmi dubitare che lo specchio riflettesse proprio me, perché io sapevo di guardarlo, ma lì non mi vedevo guardare.
Prima di lavarmi i denti, ma in realtà non per questo, accesi il neon sopra lo specchio. Apparvero spettrali i globi bianchi con l’iride nera e i contorni delle ciglia. Tutt’intorno c’era tutta la mia stanchezza. Infatti non trovai la forza per accendere il computer e cominciare a scrivere il libro.
L’altra sera, sopra un altro water, senza asciugamani di fronte e senza occhiali ripensavo a quello che volevo scrivere.

Ora ascolto le frasi sconnesse di mia moglie, che mi parla in quel suo strano dormiveglia, in cui sogno e coscienza si susseguono rapidissimi confondendosi tra loro. Poi mi tocca la faccia domandandomi che pezzo del mio corpo stia toccando. Si risponde da sola. Ormai so perfettamente che non scriverò mai quel libro. Ma non riesco a deporre la penna.

Stasera, dove ematomi ed escoriazioni non segnano il mio corpo, il dolore dei muscoli mi tormenta al minimo movimento.
Le foglie verdi e l’odore dei muschi, feriti da affilati raggi di sole, i canti degli uccelli, il tepore bavoso della bruma, le cortecce nodose mi girano nella mente mentre inseguo e scaccio l’improvviso silenzio, il lento dilaniare dello squarcio fulminante, l’urlo profondo della battaglia.
Eppure entrambe sono invenzioni. Non la neve turbinante sulla cresta, l’ululato del vento e il silenzio, buono, tra noi.

Esco dalla questura. Per fortuna si sono accorti presto dell’errore.
Ma devo subito rientrare: ho dimenticato dentro mio figlio! Come ho fatto? Me lo ridaranno o mi accuseranno di abbandono di minore?
Sono di nuovo fuori con il bimbo in braccio. Mi viene da ridere: devo rientrare!
La borsa di plastica, che non so cosa contenga, è rimasta dentro, in questura.
Lascio il bambino a mia moglie. Rientro e sono già fuori con la sportina bianca semivuota.
Ci allontaniamo camminando fianco a fianco, nostro figlio in braccio. Lui è piccolo, non cammina ancora. Scendiamo la via lungo i muri posteriori della Gabelli, la mia scuola elementare, sotto gli alberi dai semi alati, che non cadono mulinando.
Tutto è immobile. La strada è deserta, nessuna macchina, nessun pedone. Solo noi, camminanti. Probabilmente felici o assenti.
Improvvisamente sono solo.
Le bretelle rosse tengono su i lisi blue-jeans celestini, ma la camicia esce raggrumata sul davanti. Scendo correndo, rimbalzando leggero sulle scarpe da ginnastica bianche, fino all’incrocio con il Piazzale della Stazione.
Due ragazze vestite con pesanti cappotti mi superano correndo verso la biglietteria delle corriere. Devono rientrare a scuola.
Io no. E non deve sembrare. Così rallento e cammino. Ma recito solo per me.
Faccio la faccia dura passando tra i ragazzi del liceo, che occhieggiano tra loro fuori dal cancello della scuola. Si spostano per farmi passare.
In fondo a via Cavour la musica di “Ritorno al nulla” mi giunge dal lato opposto della strada. E’ sempre bello sentire le Orme, ancor più se inaspettate. Mi chiedo da dove giunga la musica. Un ragazzo nella sua camera con la finestra aperta? No, deve essere la radio dell’officina, di cui scorgo solo la bocca, buia e aperta.
Giungo ad una porta, senza accorgermi che non dovrebbe esistere, lì in mezzo al marciapiede. L’entrata è un vetro liscio e a specchio - ma riflette solo luce tenue - senza maniglie. Lo spingo con entrambe le braccia. Cede a sinistra, entro.
Cortine fitte di tende riempiono lo spazio. Le scosto fino all’altro lato. Un altro vetro liscio e opaco. Premo direttamente a sinistra ed esco di nuovo sulla strada di casa.
Ma sono subito riassorbito indietro nel tempo: di nuovo dentro la porta. Le cortine si sono tramutate in nebbia fitta, densa come bave di seta di un baco impazzito, da cui esco chiedendomi che significhi questo sogno, ma il sonno subito mi riavvolge, trasportandomi in altri paesaggi irreali, persi per sempre.

Oggi il ragazzo magro, sempre vestito di nero, non era con il solito amico alto, magro e anche lui, e anche lui sempre, con il cellulare nella tasca posteriore dei calzoni o accanto al vassoio del pranzo.
Il ragazzo con i suoi capelli corti corti e quasi rossi e il pizzetto corto ha mangiato soltanto una braciola. Non l’ho visto arrivare, ma nel vassoio non c’erano altri piatti.
Di fronte a lui, con la camicia lunga che spuntava dal maglione a coprire la vita, lei appoggiava i gomiti sul tavolo senza nulla da bere né da mangiare. Non l’avevo mai vista.
Sedeva composta, ma protesa verso di lui. Il leggero rossore delle guance, del naso e delle palpebre è un piedistallo per il ponte del suo sguardo verso di lui.
Io guardavo i colleghi in trasparenza e ascoltavo brandelli dei loro discorsi, discorsi importanti, concentrato sulla coppia. Lei atteggia le labbra ad un bacio, lui risponde ugualmente. Discorrono. Non cerco nemmeno di immaginare di che cosa, non ha importanza.
La scena è banale, eppure è un magnete irresistibile per il mio spirito. Non c’è foga nelle loro labbra. Non vedo gli occhi di lui. Ma quelli di lei sì: lei lo ama.
Immagino la loro calma come il riflesso abbacinante del sole sopra il mare in bonaccia. Dovrei ascoltare il direttore, ma non so lasciare queste immagini nitide, ricamabili a piacere. Se ne vanno.

Credo che fino ai vent’anni sarei salito con entusiasmo su un aereo.
Avrei volato nell’aria tersa incontro al sole saltando da una corrente all’altra con leggeri colpi di ala o avrei guidato io stesso l’aereo, piegandomi a salutare le cime dei monti o sarei sceso con il paracadute in mezzo alle nubi attendendo il brivido nello scoprirmi sopra l’oceano. E l’avrei fatto davvero, con l’occasione.
Invece, passati i trent’anni, una strana consapevolezza è entrata in me. Il volo mi è estraneo e ancor più l’aereo. Una trappola di acciaio sospesa nel vuoto. Mi è familiare come un parente lontano, visto solo nelle vecchie foto della nonna, con cui non vorrei restare solo, perché so chi è, ma non lo conosco. E di che cosa dovremmo parlare?
Eppure mi tocca volare e non mi ci abituerò mai. L’Asia scorre indifferente sotto di noi.

Non so decidermi, se immaginarla bella o no, la figlia di questo mestrino, che nell’autobus per Piazzale Roma racconta la sua storia a una conoscente.
I culi di gallina nel cuscus: che dettaglio insignificante!
Così il marito è un magrebino, per questo lei è reclusa in casa e privata di ogni potestà. Potrà amarlo per tutta la vita? La domanda di tuo padre potrebbe essere la chiave della tua liberazione o chiuderti in un inferno terreno.
Forse nemmeno lui è bello.
La laguna è triste e le acque battute dalla pioggia sembrano piangere la sorte di una figlia della Serenissima prigioniera del turco.
Venezia! Dove i miei genitori hanno trascorso la luna di miele. E io passo, lavoro, respiro il suo fascino, così vicino e lontano da me.
Mi sento vecchio e scrostato come lei, quando il cielo è così grigio e il vento soffia dai monti portandomi inconsci ricordi di infanzia e il profumo dell’amore. Che diviene un tutt’uno con me.
Stasera ho mangiato cuscus.

La luce timida e ingannevole dell’aurora e il suo silenzio mi fanno sentire vivo. Nonostante l’acqua alta sono puntuale in ufficio. A volte la puntualità è un difetto, ma non potevo vincerlo da solo, anche se già ho imparato a dominarmi.

Oggi è un giorno di festa, ma non per tutti.
Ivo stava seduto al banco, cadaverico, con la sigaretta tra le labbra. Francesco arrivava e, urlando, come suo solito, gli diceva: ciao Ivo, ti vedo in forma. E Ivo rispondeva con una sequela di bestemmie.
Ivo una volta si era iniettato della grappa, pensando di farsi una balla ed evitare i conati dello stomaco. Invece era stato male per giorni interi, così almeno racconta Francesco. E sarebbe da non credergli, se non si trattasse di Ivo.
Ora, dopo l’incidente, Ivo muove a stento le dita della mano e non vuole vedere nessuno, nemmeno Francesco.
Gustavo invece è perso di fronte a un futuro che non sa costruire né rifiutare. Nessuno incrocia più il suo sguardo, se non stendendosi a terra, e il suo capo chino sembra gravato da una disperazione madida di sudore, gonfia e pesante come un cadavere restituito dopo 8 giorni dalla piena del fiume.
Senza più i suoi migliori amici, nemmeno la risata di Francesco è più come prima.
Ma oggi è un giorno di festa e io sono felice. Così ho parlato con Dio. Non che mi abbia risposto, non lo fa mai ...

Stamane ero pervaso da una strana eccitazione immotivata. Così ho guidato piano per un po’ per non ritrovarmi mio malgrado ad andare più velocemente del solito.
Come tante altre volte, non so dire con certezza se il cielo in pianura fosse grigio o se ci fosse il sole.
Ricordo invece esattamente dove iniziava la nebbia. Era una nebbia leggera, non fastidiosa. Questa nebbia è come una febbre, altera la percezione delle cose, ma l’ambiente resta sostanzialmente intatto.
La nebbia fitta, ancor più di notte, è invece come un incubo: spazio e tempo sono stravolti, ogni riferimento familiare è perso, luci e ombre si rincorrono vorticosamente. Nulla sembra esistere più stabilmente, ma materializzarsi di getto, come una trappola per la tua auto.
Questa nebbia è come la mia anima.

Oggi la gente si increspa tra gli scaffali. Gli occhi si accalcano contro le casse. Ciascuno controlla avidamente gli acquisti nel carrello vicino, tra disprezzo e invidia.
Un bambino biondo studia il commesso, che carica lo scaffale dei fagioli in scatola, aspettando un contatto che non arriverà. La musica di Star Trek, diffusa nell’aria densa e gravida di espirazioni e traspirazioni, è quasi irriconoscibile inframmezzata dai mille rumori di voci, passi e confezioni sbatacchiate senza cura da mani frettolose.
Io, con la solita angoscia, contemplo stupito i mille disegni delle formiche umane, rinchiuso nella mia capsula di misantropia. Penso a cosa portare a casa per far sorridere mia moglie.
Ma il giorno del sorriso non è ancora arrivato e il coraggio di uscire dall’apatia e dalla stanchezza è rimasto abbacchiato, qui, sul tavolo della cucina, a guardarmi disgustato.

Questa sera, dal mio letto, ignorando i brividi di freddo, sono rimasto, con le spalle fuori, a guardare la mia camera.
La porta alla mia destra è marrone con la cornice e il bordo del battente beige, un appendino adesivo spaiato è rimasto in alto a sinistra, sulle tracce di un appendino più grande, sulla destra la colla del gemello, anch’esso perso da anni.
Sopra la porta un vetro lascia intravedere il vetro sopra la porta del soggiorno. La porta si apre contro il muro lungo che mi sta di fronte. In corrispondenza dei cardini, delle macchie grigie dai contorni sfumati. Mi chiedo talvolta come si siano formate, ma senza cercare la risposta, come se lì fosse il dolore, la vita, Dio.
Sotto alla macchia più bassa, appena sopra il battiscopa, un piccolo foro testimonia che il telefono entrava in questa stanza, prima che io vi entrassi. Il muro è nudo, lungo 4 metri o poco più: solo qualche macchia, qualche striscio, chiazze chiare e traslucide di stucco, una presa elettrica. Questo muro così spoglio, trasandato e oppressivo è talmente naturale in questa camera, in questa vita, da scomparire, da consolare il mio sguardo con lo squallido dono della sua tristezza muta e senza scopo.
La finestra è alta, con l’intelaiatura metallica, blu cobalto. La corda del rotolante è molto sporca, ma non lisa. Dal porta-tende in legno pende, ormai da anni, solo la corda. Una grossa ragnatela polverosa oscilla rivelando gli spifferi che filtrano dalla cassa delle tapparelle.
L’altra metà del muro corto, lungo circa 2 metri e mezzo è vestita di macchie grigie di muffa, che s’addensano sempre più fino allo spigolo nord. Sotto la finestra il radiatore blu, ragnatele e vecchi giornali ripiegati.
Contro il muro il 2° letto. Sopra una coperta piegata approssimativamente, qualche indumento pulito, diversi sporchi, i vestiti di oggi e di domani, un’unica cosa.
Sul comodino tra i 2 letti un libro di Machado, una lampada da tavolo puntata contro la finestra, che proietta l’ombra ambigua del lampadario spento contro il soffitto, maculato, come le pareti, dai segni di zanzare schiacciate, il nuovo testamento dei Gideons ,una scatolina di cartone con dentro i tappi per le orecchie, così necessari in questo infame condominio di studenti, extra comunitari e prostitute.
Sul mio letto, fitto di coperte, questa creatura stanca e avvilita che chiede conforto alle carte in attesa del giorno di luce.
Oltre le mie ossa giovani e la mia mente persa dentro i capricci di un cuore pavido, l’armadio. L’armadio è bianco e basso. La porta di destra, scardinata, appoggia per terra e il peso impedisce all’altro battente di aprirsi.
Dentro, il groviglio dei miei pensieri prende forma nei vestiti stratificati da anni e, in massima parte, dimenticati.
Sopra l’armadio l’ultima manifestazione del mio abbrutimento: un paio di vecchi pattini a rotelle spunta fuori da un cartone di birra, sopra un cuscino, a fianco un copriletto con sopra una grossa busta, poi un altro cartone di birra con dentro una sporta di plastica contenente scarpe da ginnastica bucate, dietro altre sporte di nailon, nell’angolo un fornellino per le zanzare e ancora pezzi di appendini rotti e vassoi di polistirolo.
Sulla parete laterale libera dell’armadio, la giacca per domani e sotto la borsa da viaggio vuota e la ventiquattrore che domani porterò in ufficio, dove nessuno certo immagina la miseria spirituale, che trasuda dalla trascuratezza indolente in cui rifugio le mie angosce, in questa lunga vigilia del nulla.

Giornate senza senso, come un mare senza vento, come perle di collane di tristezza...”
Franceso Guccini. Un'altro giorno è andato. Da L'isola non trovata (1971)

domenica 11 marzo 2012

ASCOLTA CARA


- Ascolta cara, dicono che bisogna elaborare il lutto, ma io come posso,
- eh sì, certo che ...
- no tu non sai cosa vuol dire perdere un uomo meraviglioso che ti amava e che tu adoravi, è una esperienza che bisogna provare, non che io te la auguri naturalmente, no guarda, non l'auguro a nessuno, nemmeno al mio peggior nemico, se l'avessi, ma sinceramente io non ho nemici, perché dovrei?
Berta si voltò verso Chiara, mentre Ada ancora parlava e le bisbigliò:
- Ada è rimasta vedeva all'invio di marzo.
Ada, avendo captato l'interferenza, subito senza ripigliare fiato si rivolse all'amica dell'amica:
- ascolta, Carla
- Chiara!
- sì io ti devo proprio raccontare la mia storia
Berta cercò di inserirsi:
- veramente ..
Ma Ada la strattonò per il gomito tirandola verso di sé:
- venite vi offro un caffè
- ma …
- a s s o l u t a m e n t e
Berta guardò Chiara che accennò un sorriso, Berta alzò gli occhi al cielo. Fecero i pochi passi che li separavano dai tavolini all'aperto del bar e si sedettero.
Il cameriere era già lì e raccolse le ordinazioni.
- ascolta cara, pensa la fatalità io ero in bicicletta proprio qui vicino, in via Roma, e lui era in macchina e mi ha stretto, io sono caduta e mi sono rotta la mandibola. Io piangevo dal male e lui mi ha portata al pronto soccorso, poi è tornato a recuperare la mia bicicletta. E' venuto a trovarmi tutti i giorni all'ospedale e quando sono uscita è venuto tutti i giorni a casa a prendermi e mi portava a passeggio. Pensa io avevo la mandibola bloccata, non potevo parlare, solo gli scrivevo qualche bigliettino e mangiavo solo frullati con la cannuccia. E siamo andati avanti così per due mesi. Mi portava pure al cinema. Ci siamo innamorati. Non potevamo baciarci, ma siamo arrivati subito al sodo. Quando finalmente la mandibola fu a posto, probabilmente la gola dopo tutto quell'inutilizzo si era indebolita, fatto sta che ho avuto un terribile abbassamento di voce e per due settimane rimasi ancora senza voce. Nel frattempo ho scoperto di essere in cinta. Sono sempre stata regolarissima, così me ne sono accorta subito. Eravamo felici e abbiamo deciso di sposarci senza perdere tempo. Finalmente io potevo parlargli. Ah quante cose avevo da dirgli. Quando è nato il piccolo lui era un po' strano, pensavo non fosse preparato alla paternità e invece pensa proprio mentre era fresco di matrimonio e con un bimbo appena nato la sua ditta lo manda a risolvere problemi al Sud. Prima lavorava qui in città e andava in qualche altro posto, poche volte al mese, ma sempre posti qui vicini, che gli permettevano di essere a casa alla sera.
Così invece ha cominciato a star via da casa durante la settimana, ma ci sentivamo spesso al cellulare e lo tenevo al corrente di ogni cosa.
Ma dopo qualche anno ha avuto una promozione. Bella promozione dico io. Direttore generale della filiale Svedese. E' stato trasferito a Stoccolma a seguire scandinavia e paesi baltici, io ero anche disposta a mollare il mio lavoro e andare con lui, ma lui ha pensato al nostro bimbo, non gli andava di farlo crescere in un posto così freddo e senza sole e mi ha convinto a restare qui.
Aveva anche la possibilità di usare il cellulare aziendale per le chiamate personali, gratuitamente intendo, ma tra fuso orario e impegni di lavoro chiamava solo alla sera.
Berta e Chiara si guardarono pensando con stupore al fuso orario della Svezia, ma non provarono nemmeno a interrompere il racconto torrenziale.
- Era dura, ma poi in quell'oretta di telefonata serale quante cose ci raccontavamo. E quando tornava a casa quasi un fine settimana ogni due, ma arrivava il venerdì nella tarda mattinata e partiva solo lunedì mattina, era sempre come una nuova luna di miele.
Intanto nostro figlio cresceva e lui ha spinto perché alle medie lo mettessimo al convitto del seminario, per dargli un'istruzione migliore, ma anche per alleggerire i miei impegni di madre con un marito lontano, caro, pensa quante premure aveva sempre per noi.
E' stato in quel periodo che si sono appassionati di bigliardo, una cosa noiosissima sono andata un paio di volte, ma poi li ho lasciati andare da soli. Anche perché si vedevano così poco, avevano bisogno di qualche spazio tutto loro. Noi due avevamo le notti per noi e che notti, cara mia.
Ada rise, Chiara tento di aprire bocca, ma Ada se ne accorse e riprese istantaneamente:
- Insomma alla fine anche quando era qua ci vedevamo poco, ma era sempre così dolce con me che quel poco tempo mi ripagava dell'attesa. Eravamo felici.
Poi come un fulmine a ciel sereno, mentre il nostro piccoletto si iscrive all'Università e se ne va via lontano da solo, lui viene trasferito addirittura in Sud America. Ho cercato di convincerlo a cambiare lavoro, ma per lui la carriera era troppo importante. “qualche anno mi diceva poi vedremo o mi fanno tornare o faremo qualcosa noi”. Ma era troppo dura ci sentivamo una volta alla settimana, lui tornava a casa ogni 2 o 3 mesi, per una settimana dieci giorni al massimo.
Allora ho deciso di lasciare il lavoro e raggiungerlo in Brasile. Lui era contento, forse troppo, era così eccitato, forse è stato per quello che non è stato prudente come era di solito in macchina e ...
In quel momento suonò il cellulare di Chiara, che lo tolse dalla borsetta e lo guardò, vedendo che la chiamata era di Berta la guardò e vide che teneva una mano dentro la borsetta e le faceva l'occhiolino, mentre con l'altra stringeva la mano di Ada che si era zittita e sorrideva triste all'amica. Chiara capì al volo e mettendo giù la chiamata simulò una conversazione:
- sì ciao, come? Cosa? Ma dove? Ok stai tranquillo resta là che io arrivo.
Finse di riagganciare e si voltò verso l'amica.
- scusa Berta mi puoi portare a prendere mio figlio che è rimasto bloccato con il motorino rotto?
- certo tu ci scusi vero Ada.
Ada abbozzò un sorriso deluso, ma non poté opporre resistenza. Si salutarono. Berta e Chiara si alzarono e andarono via. Ada restò a sorseggiare il suo cappuccino freddo che fino a quel momento non aveva ancora toccato.
Intanto per la via Berta diceva a Chiara:
- Ada è l'unica persona che conosco che oltre alle domande ti dà anche le risposte e ti lascia solo il tempo di rispondere sì o no. Così la sua percezione dei fatti è piuttosto singolare.
Suo marito era un uomo prudentissimo, tanto più in macchina e si è schiantato un muro in pieno rettilineo. Non mi risulta si drogasse e non mi sembrava nemmeno il tipo. No secondo era terrorizzato di non poter più fuggire da lei come aveva sempre fatto, ma di dover vivere a tempo pieno con lei. Pover'uomo avrebbe dovuto diventare sordo, per sopportare la sua logorrea
Chiara sbottò:
- poveretto? Prima doveva uccidersi! uomo falso e vigliacco che era, perché non le ha mai detto chiudi il becco, non ti sopporto più divorziamo? Troppo comodo trattare una moglie come un'amante e un figlio come un nipote per vivere come un single correndo dietro la carriera o non so cosa. Ma tu l'hai conosciuta prima del matrimonio?
- no dopo
- allora chi ti dice che da un lato lo shock dell'incidente e l'impossibilità di parlare così a lungo e dall'altro lo scontrarsi con le dissimulazioni e i silenzi e le assenze del marito non abbiano esasperato la sua naturale verbosità?
Berta ci pensò su un attimo poi convenne:
- forse hai ragione ma credo che lui fosse diviso in sé in fondo l'amava sempre anche se l'amore era nato su un senso di colpa.
Chiara:
- secondo me era solo uno che fuggiva dalle sue responsabilità e si prendeva la parte buona rifiutando quella faticosa, ma se era schizofrenico non ci si può stupire di nulla, tanto normale in effetti non è neanche lei, due matti si sono trovati, ma il persecutore era lui.
- be potrebbe essere – ridacchio Berta
-credimi a stare dalla parte delle donne non si sbaglia mai
-lascia perdere che abbiamo anche noi le nostre colpe, ma qui hai ragioni tu, bisogna stare dalla parte di Ada, perché lei c'è mentre i morti non hanno più problemi
Intanto anche Ada aveva ripreso il suo cammino. Vedendola passare era difficile capire che età avesse per gli occhi grandi da bambina e la pelle curata, il fisico asciutto e slanciato il suo incedere sicuro e veloce, apparentemente giovanile. I capelli erano lunghi e lisci di colore biondo chiaro
I lineamenti del volto erano regolari e dolci. Insomma era una bella donna. Camminava con passo sicuro e con lo sguardo alto e anche se un velo di tristezza si leggeva distintamente non potevano esserci dubbi che fosse una donna soddisfatta di sé.

domenica 4 marzo 2012

PRIMITIVI (SEMPRE PIÚ AVANTI)


Zyx fu il primo del gruppo ad individuare il relitto dell'arca. Era incredibile come seppur nello spazio aperto vi fossero dopo milioni di anni ancora di questi rottami.
Tutti ricordavano bene come a quei tempi i mammiferi fossero ancora dotati di un corpo fisico e necessitassero di un ambiente fisico e di cibo per sopravvivere. Ora invece i mammiferi erano pura energia e necessitavano solo di qualche passaggio vicino ad una stella per ricaricarsi e si muovevano alla velocità della luce negli immensi spazi della galassia.
Dopo aver esplorato l'arca il gruppo scivolò sulla leggera curvatura dello spazio avvicinandosi ad un sistema stellare di media grandezza. Uno dei pianeti del sistema pullulava di vita basata sul carbonio, proprio come erano stati un tempi i mammiferi.
Il gruppo si tuffò sul pianeta e lo osservò con attenzione trovò dei mammiferi primordiali che dovevano essere molto simili ai loro antichissimi progenitori. Alcuni avevano un apparato sensoriale davvero evoluto. I mammiferi videro le immense potenzialità e decisero di dare una mano al corso dell'evoluzione,
Scelsero un gruppetto di individui particolarmente dotati e dopo averli ben studiati indussero alcune modificazioni al loro DNA creando una nuova generazione dotata di un cervello molto più avanzato. L'operazione riuscì talmente ben che alcuni vollero provare quei corpi e si fusero con i cuccioli.
Avere un corpo fisico dava delle enormi limitazioni, ma determinava anche delle reazioni emotive impensabili e molto seducenti, grazie alla parte primordiale che li abitava originariamente. La maggior parte del gruppo incominciava a stufarsi di quella sosta ma Zyx e Krt li convinsero a restare ancora un po'.
Nel volgere di breve tempo i cuccioli e erano cresciuti e Zyx e Krt si accoppiarono e Zyx ebbe dei cuccioli. A quel punto quando il gruppo di mammiferi decise di partire Zyx e Krt non vollero più abbandonare la loro nuova vita e li salutarono.
Chiamarono i loro figli Adamo ed Eva, il pianeta Terra e la stella Sole.

domenica 26 febbraio 2012

ROULETTE SIBERIANA


Giorgio osservava la strana tonalità morbida della luce del sole al tramonto. La campagna risplendeva appena bagnata dalla prima rugiada della sera, le ombre ingrassavano anfratti di tenebra sempre più spessa, dove era facile immaginare piccoli gnomi uscire dai nascondigli per fumare nell’aria fresca le loro pipe. Giorgio brindò silenziosamente agli gnomi, poi però si soffermò poco sul dolce paesaggio delle colline e dei boschi di lecci e di carpini, che l’ampia finestra di fronte a lui concedeva così benignamente.
Molto più a lungo invece la sua attenzione fu catturata dal luccichio sinistro e duro, che quella luce, così tenue e soffusa, aveva sulla canna lucida della pistola appoggiata al centro del tavolo. E ancora più tagliente, anzi decisamente crudele, era il riverbero che quella luce metallica aveva negli occhi dei presenti seduti attorno a quel rude tavolaccio.
Negli occhi grandi e neri di Mirko, che sedeva di fronte a lui e fissava a sua volta la pistola, mentre il suo volto sotto uno spesso strato di stanchezza tradiva un’amara soddisfazione.
Poi negli occhi piccoli, tondi e arrossati di Radovan, che vibrava impercettibilmente sulla sedia alla destra di Giorgio, sudava abbondantemente, ma ostentava calma e sicurezza.
Di fronte allo slavo, alla destra di Mirko gli occhi di Francesco andavano alla deriva nell’alcool, che imbeveva oramai il suo cervello. Francesco era rigido e inebetito, in dubbio stato di coscienza.
Tra Francesco e Giorgio gli occhi di Marco lo rivelavano immediatamente come un tossico dipendente, non molto lontano da una crisi di astinenza. Marco fumava, si grattava, ma il suo era un nervosismo di fondo non troppo legato agli eventi, che invece affrontava con grande calma e determinazione.
Infine di fronte a Marco, alla sinistra di Mirko, a chiudere il cerchio del tavolo, Alfonso aveva un’espressione molto difficilmente decifrabile, da vero giocatore d’azzardo.
Giorgio però, che lo conosceva bene, riusciva a captare il senso di potere che lo inebriava mentre intesseva le sue trame e valutava beffardamente le mosse degli avversari. Probabilmente insieme a lui era l’unico veramente convinto di quel folle gioco in cui l’eterogenea compagnia si era ritrovata come invischiata.
Certo però la convinzione di Alfonso non aveva motivazioni ideologiche, filosofiche come per Giorgio, ma doveva esserci qualche fine particolare, o forse più semplicemente Alfonso stava come suo solito bluffando. Era indubbiamente difficile immaginare come avrebbe potuto cavarsela, data la determinazione folle e cieca che vi era in tutti i presenti, eccetto chiaramente Francesco che era come un tronco marcio portato dalla corrente, che non poteva influire per nulla nello svolgersi degli eventi. Solo la fortuna poteva aiutare Alfonso nel suo piano.
Intanto toccava a Mirko, che finì con calma di fumare la sua sigaretta, vuotò il bicchiere di chianti, fissò il mazzo per qualche minuto senza parlare. Infine pescò dalla cima del mazzo. Guardò la carta, senza tradire nessuna emozione e l’appoggiò scoperta sul tavolo: un 10.
Francesco sorrise inebetito. Tutti gli altri calcolarono rapidamente. Al momento la partenza toccava a Francesco che aveva pescato un quattro poi a Marco poiché, tra i due vicini di Francesco la carta più bassa era l’otto del padrone (abusivo) di casa.
Il regolamento del gioco aveva richiesto quasi un’ora per essere definito, poi si era spesa un’altra mezz’ora a tirare i dadi per sorteggiare i posti a tavola, il mazziere, il primo a pescare le carte, il giro. Ora l’ultima fase preliminare procedeva ancora più lentamente.
Solo Marco aveva pescato la carta immediatamente e l’aveva ribaltata sul tavolo guardando prima le facce intorno a lui e poi, non traendone nessuna risposta, aveva abbassato lo sguardo sulla carta stessa.
Francesco aveva farfugliato a lungo, brindato, fumato, si era baciato le mani, aveva soffiato sul mazzo. Poi dopo averlo studiato, aveva pescato dal centro del mazzo. Aveva guardato a lungo la carta con evidente disappunto e l’aveva appoggiata sul tavolo, coperta.
Girala - aveva detto Radovan. Francesco aveva sorriso, senza muoversi. Radovan aveva accennato ad allungare la mano verso la carta, ma Mirko l’aveva bloccato con un gesto. Alfonso aveva appoggiato il suo orologio sul tavolo:
- Vedo!
Francesco aveva annuito soddisfatto e aveva mostrato il suo quattro. A Radovan era sfuggito un grugnito di soddisfazione.
Dopo Mirko toccava ad Alfonso.
La luce del casolare tremolò, le masserizie appese alle pareti si confusero con l’intonaco ocra e la stanza di Marco, che s’intravedeva dalla porta socchiusa, un letto basso, con un materasso di foglie di pannocchie e un sacco a pelo e bottiglie vuote sparse sul pavimento, era sparita nel buio.
Dall’esterno aveva allora fatto irruzione nella stanza un fiotto di luce crepuscolare e aveva portato dentro un profumo di campagna e di bosco, che solo Giorgio riuscì a captare e ad apprezzare. Apprezzare relativamente, per quel poco che era in grado di apprezzare qualsiasi cosa perso nello splin della sua esistenza.
Alfonso appoggiò la mano sul mazzo e cominciò a recitare una delle sue classiche scene:
- Dunque, fatemi sentire le vibrazioni di queste carte. Qui c’è una coppia di nove, no non mi piace, un settebello, ma adesso non serve, il pampalugo, il tre di bastoni, l’asso di briscola, ehi qui qualcuno ha barato ci sono cinque assi in fila.
- Sei penoso - sbottò Mirko.
- Oh scusami, come siamo seri stasera, neanche fossimo tutti condannati a morte - e rise ostentatamente.
Mirko si alzò e andò a rollarsi una canna e si mise a fumare seduto sul davanzale della finestra aperta. Guardò fuori.
Le prime stelle apparivano timidamente nel cielo e la luna scivolava silenziosamente sotto un velo di nubi corrugate. L’aria cominciava a farsi pungente.
Alfonso, visto che nessuno reagiva più rinunciò alla recita:
- Ok, va bene, giochiamo, qui non si scherza, ma che gusto c’è a finire il gioco subito? - Intanto però pescò la sua carta: un Jack.
Radovan si grattò la faccia, si schiarì la voce, declamò qualcosa in serbo, scolò il suo bicchiere di vino.
Alzò la carta e la girò mostrandola a tutti, con malcelata soddisfazione, prima di appoggiarla accanto alla pistola. La sua carta era un re. Aveva ottime chance di esser l’ultimo.
Mirko restava serio e impassibile, Alfonso altrettanto imperturbabilmente continuava nella sua espressione ambigua, leggermente allegra e senz’altro intrisa di scherno. Giorgio non si curava della sua espressione, ma era interessato più a studiare le reazioni dei suoi compagni che non allo svilupparsi del gioco.
Francesco perdeva sempre più rapidamente lucidità. Marco si tormentava le mani scheletriche e ingiallite, mentre faceva penzolare la canna dal labbro. Radovan canticchiava nella sua lingua, ma non era per nulla rilassato nonostante le cose fossero al momento nettamente in suo favore.
Ora toccava a Giorgio. La sua carta decideva le sorti di tutti.
Che ironia pensò Giorgio. Il destino nelle mani di un nihilista, per cui tutto è indifferente. Giorgio s’interrogò sul valore che ognuno dei presenti stava dando al suo gesto.
Alfonso aveva sicuramente la sua via di fuga e la fortuna lo aveva abbastanza assistito, visto le carte che erano uscite.
Francesco non si rendeva conto di ciò che faceva, del resto non era mai stato particolarmente perspicace nemmeno da sobrio.
Marco probabilmente cercava di mettere le mani sui beni dei presenti. Così infatti era, anche se non aveva alcun piano preciso, sperava semplicemente che le cose andassero per il verso giusto. Del resto tutti i suoi compagni della comune se n’erano già andati i più di overdose, qualcuno di epatite, la sua donna di polmonite. Dato la vita che faceva la morte non era certo né un’estranea, né uno spauracchio. Del resto la sua mente dopo anni di droghe di tutti i tipi non aveva più grosse capacità logiche.
Radovan era un giocatore, un sadico e uno sciovinista e non poteva tirarsi indietro di fronte al rischio, per timore di sembrare pavido e disonorare così il suo popolo. Anche per lui la morte era una presenza familiare, data la guerra in cui aveva combattuto, con le milizie del generaleMladic.
Quello che Giorgio non capiva bene era l’atteggiamento di Mirko, così insolito per come lo conosceva.
Non poteva sapere che a Mirko era stata diagnosticata una leucemia fulminate, aveva ancora pochi giorni prima di finire in ospedale dove era destinato a spegnersi velocemente, ma non in modo indolore. Proprio quando la sua vita sembrava aprirgli nuove favolose prospettive, nel lavoro, già si parlava della sua prossima promozione, nelle relazioni umane, aveva da poco conquistato una modella di nobili origini, quando era nel pieno del vigore fisico, tutto doveva finire così. No, non poteva sopportarlo ed era pieno di astio con tutto e con tutti. E pensare che anche qualcun altro se ne andasse prematuramente gli dava una qual certa cinica soddisfazione. E nessuno lo sapeva all’infuori di lui.
La vita con Giorgio non era stata particolarmente avara, ma Giorgio aveva uno sbilanciamento totale tra ragione e sentimento. La sua mente, iper razionale, era sempre attiva ed elaborava continuamente dati alla ricerca del senso profondo e ultimo delle cose. Il suo cuore invece era freddo, non si entusiasmava a nulla, nulla lo coinvolgeva, nulla lo interessava veramente. E il nihilismo era diventato per lui ben più di una filosofia astratta sullo sfondo della sua esistenza, ma l’elemento discriminante di tutta la sua vita, che ovviamente era diventata null’altro che un peso, perché se tutto doveva comunque finire, perché non subito?
Giorgio pescò: una donna.
Immediatamente tutti, fuorché Francesco, calcolarono il giro e rimasero per un attimo come assorbiti dal calcolo, privi di reazione emotive.
Francesco, Marco, Mirko, Alfonso, Giorgio, Radovan. Questo era l’ordine stabilito dal destino.
Dunque Radovan era l’unico vincitore certo. Avrebbe infatti ricevuto la pistola scarica se tutti i cinque colpi caricati nella pistola fossero andati a segno, oppure il gioco sarebbe finito prima, al primo colpo a vuoto. Così era stato deciso.
Alfonso propose che ciascuno dichiarasse il proprio testamento spirituale, ma Giorgio lo stroncò facendo osservare che almeno un attimo prima di morire si aveva ben diritto a non sentire inutili stronzate.
Mirko propose un ultimo giro di grappe. Bevute le grappe Radovan fece fissare a tutti un punto sulla parete e poi con fulminea rapidità lo centrò lanciando un lungo coltello. Recuperò il coltello e lo piantò sul tavolo a portata della mano destra. Il messaggio era chiaro.
Alfonso caricò la pistola, con i cinque colpi. Tutti la controllarono, sempre a parte Francesco. Poi, fatto girare il tamburo, la colt vene nascosta in un sacchetto. Il cane era a ricarica automatica.
E iniziò il gioco, quel gioco assurdo nato per caso, per sfida, da un ritrovo casuale di persone, che in parte si conoscevano in parte no, e che dopo aver bevuto, fumato e giocato al bar erano finite nel casolare di Marco e avevano architettato questa variante terrificante di un gioco già cinico e pericoloso.
Francesco appoggiò la pistola alla tempia, chiuse gli occhi sparò e cadde.
L’odore di polvere da sparo si sparse per la stanza e il sangue innaffiò il pavimento. Il corpo di Francesco era immobile. Tutto ciò aumentò l’adrenalina dei giocatori e li eccitò ancor più. Alfonso raccolse la pistole e la diede a Marco.
Marco titubava. Radovan mise la mano sul manico del pugnale e lo fissò. Marco sputò il mozzicone per terra. Pochi secondi dopo il corpo di Marco giaceva senza vita sul pavimento nella sua brava pozzetta di sangue.
Mirko raccolse subito la pistola, sorrise e con quella stessa espressione piombò al suolo.
L’odore degli spari impregnava ormai completamente l’aria. Giorgio incominciava ad essere infastidito dal rumore degli spari, ma il gioco dopo i lunghi preamboli procedeva ora a ritmo vertiginoso.
Alfonso aveva un occhio che tremava, ma dissimulò, fisso gli occhi torvi e crudeli di Radovan e quelli calmi di Giorgio. Raccolse la pistola, l’impugnò e si sedette. Tirò di scatto la testa indietro e sparò.
Si bruciò la fronte, ma il colpo colpì in mezzo agli occhi Radovan cui cadde il coltello dalla mano già a mezz’aria. Radovan si accasciò sulla sedia. Alfonso si voltò sorridendo verso Giorgio:
- oh, ho sbagliato mira
Giorgio lo fissava con evidente disgusto. Si guardarono a lungo, in silenzio. Poi Alfonso puntò la pistola su Giorgio. Si guardarono ancora.
- Non dici nulla?
Ma Giorgio non rispose.
- beh, è il tuo turno
Si sentì lo scatto della pistola, il colpo a vuoto.
Alfonso rise: ma quanto fortunato sei?
Giorgio rimase ancora fermo a fissare con disgusto Alfonso.
Passarono ancora lunghi attimi di silenzio, in cui Alfonso valutava se poteva trovare un accordo e fidarsi di Giorgio e Giorgio rifletteva sulla bassezza della natura umana.
Infine Alfonso sparò di nuovo. Il colpo colpì Giorgio vicino al cuore.
Un’espressione di dolore e di terrore si dipinse sul suo viso. Cercò di alzarsi, cadde a terra. Il rantolo che gli usciva dalla bocca fu presto soffocato dal sangue che affluiva dal polmone lacerato. Pochi minuti dopo Alfonso era solo in mezzo ai cadaveri.
Sistemò le cose secondo il suo piano e poi diede fuoco al casolare. Si ustionò ad arte le gambe e un braccio, rischiando anche un poco di essere arso vivo dalle fiamme. Ma si allontanò in tempo. Azionò la chiamata di emergenza del cellulare e si sdraiò piangendo per il dolore sul prato. Sapeva che l'ustione era la parte più pericolosa del suo piano, ma non pensava, sarebbe arrivato così vicino alla morte, come scoprì poi dai medici.
Quello che non aveva considerato era che le ossa sono molto resistenti e che i fori dei proiettili sui crani sarebbero risultati così evidenti anche sui teschi anneriti. E se i proiettili si erano fusi come pensava, non altrettanto era accaduto alla pistola. Pochi giorni dopo un poliziotto si presentava nella sua stanza di ospedale per comunicargli il mandato di cattura con l’accusa di omicidio plurimo aggravato.
Alfonso impallidì. Quando il poliziotto, terminata la comunicazione uscì, Alfonso con un balzo raggiunse la finestra, l’aprì e si lanciò nel vuoto. Atterrò sul tetto di una macchina quattro piani più sotto.
Così con la seconda vertebra fratturata, tetraplegico dalla bocca in giù evitò il carcere ed ebbe molto tempo per ripensare alla sua vita e a quel gioco, quell’ultimo gioco in cui aveva vinto. Barando.

domenica 19 febbraio 2012

PRIMITIVI (VERSO LO SPAZIO)


I piccoli e gli adulti che non facevano parte dell'equipaggio fluttuavano nella sala panoramica dell'arca. Dopo un mese di permanenza nello spazio si muovevano ormai con sicurezza in assenza di gravità. Durante quel mese l'arca aveva orbitato in attesa che le macchine completassero i lavori di costruzione e i test, compresi quelli attitudinali sui passeggeri. Ora era giunto il momento di partire verso lo spazio aperto. Tutte le sei pareti della sala panoramica - in assenza di gravità non c'erano soffitto e pavimento - erano coperte di schermi che trasmettevano le immagini delle telecamere esterne, cosicché i passeggeri avevano esattamente la stessa visuale a 360 gradi che avrebbero avuto fluttuando in quel punto nello spazio esterno in mancanza dell'astronave. Tutti però guardavano solamente verso il loro pianeta natale, giacché sapevano che lo stavano abbandonando per sempre. La loro stella aveva infatti cominciato la lenta trasformazione in gigante rossa e ormai le condizioni di vita erano al limite.
La sinto-guida teneva come sempre sotto controllo le reazioni dei piccoli, ma data anche la presenza degli adulti, se ne stava in silenzio. Anche perché lei stessa, che pure, essendo fisicamente solo una scatolina di tessuti nervosi e circuiti stampati e quindi un essere del tutto sessile che aveva esplorato il pianeta solo attraverso le telecamere del grande sistema meccanizzato planetario, considerava quella la sua casa e la sua parte emotiva non era coinvolta da quell'addio meno di quella dei mammiferi che accudiva. L'immenso spazio che stavano per affrontare era un salto nell'ignoto che spaventava anche le razionali macchine. La sinto-guida che tramite le telecamere esterne poteva guardare contemporaneamente in tutte le direzioni fissò lo spazio interplanetario e provò uno strano tremito nella sua parte biologica. Un brivido di freddo.

sabato 11 febbraio 2012

VACANZE IN



Nelson Piva
Canzone preferita: Sonic Reducer dei Dead Boys
Film culto: Vinella e Don Pezzotta con Bracardi
Piatto preferito: spaghetti col ketchup
Libro più riletto: I fratelli Karamazoff di Dostojewsky
Profumo di un luogo: casa mia
Un oggetto: inconfessabile

Sono cittadino del mondo. Mio padre è di Faenza, mia madre di Steinkjer (Norvegia). Si sono conosciuti ad Hong Kong e dopo 9 settimane e mezza di se- mplice amicizia, lei si è trasferita in Giappone, lui in Canada. Si sono ritrovati, per puro destino, quattro anni dopo a Città del Capo e si sono sposati. Io sono nato a Sidney, ma sono cresciuto tra Guiana, Filippine, Tanzania, India e Lituania. A 16 anni ho avuto il permesso di stabilirmi dove volevo ed ho scelto di andare a Faenza dai nonni paterni. A 19 anni sono partito per Oxford per laurearmi come promesso ai miei. Ora come giornalista free lance giro di nuovo il mondo, ma solo con viaggi brevi e poi torno sempre a Faenza.

Nelson Piva ha firmato l'articolo Vacanze In a pag 44.



                                                                         VACANZE IN
Il riflesso del sole luccica sul mare. Ripidi pendii verdi atterranno su brevi spiagge sassose. Il profumo del mare si mescola con quello della macchia mediterranea. Tra gli alberi occhieggiano discretamente i tetti dei nuovi lussuosi resorts. Il piccolissimo borgo, nascosto in un insenatura, ha il tipico aspetto dei villaggi greci di pescatori.
Il tutto è suggestivo, ma non basta a giustificare l'incredibile repentina ascesa nel panorama turistico dell'isola di Bungas, che è ormai divenuta un must per i giovani “bene” di mezza Europa.
Non resta che chiedere a loro, ai giovani turisti distesi al sole in riva al mare.

Ciao ragazzi, cos'è la cosa che vi piace di più qui a Bungas?
July.
E le sue amiche.
(censura).
July?
Sì lei è fichissima (censura).
E anche le sue amiche (censura)
E con loro (censura) si tromba alla stragrande ….
Ok grazie

Al testosterone non si comanda! Meglio rivolgersi al gentil sesso.

Ciao ragazze cos'è la cosa che vi piace di più qui a Bungas?
Le feste di July.
July?
Sì, July l'animatrice della spiaggia Est.
Le sue feste sono fantastiche.
Perchè?
Perchè c'è atmosfera.
E la gente giusta.
E poi lei ti dà il ritmo vincente.
Ritmo, parli della musica?
Sì, certo.
Che musica?
Beh musica, musica.
Lascia perdere lei di musica non capisce un (censura) ti dico io:
techno, underground, hip hop, afro, caraibico, latino, country, western ...

Ne so abbastanza. Non mi resta che parlare con July. La trovo seduta al chiosco della spiaggia mentre sorseggia un liquido dall'aspetto repellente, probabilmente una centrifuga di verdura. Indossa un lungo pareo a fiori, la pelle bianchissima e luccicante profuma di aloe e cocco, i capelli sono rossi, il fisico è da pallavolista. Mi concede udienza senza battere ciglio.

Sei un mito su quest'isola!
Wahoo.

Silenzio.

Qual è il segreto del tuo successo?
Cerco sempre di essere quella che si diverte più di tutti.
Allora non è vero che l'animazione turistica è un lavoro duro?
No è vero. Non è mica sempre facile divertirsi. Comunque poi io le mie vacanze le passo in un paesino sperduto nel nulla della campagna gallese, dove abitano i miei nonni.

Resto folgorato: dai nonni! Abbiamo qualcosa in comune noi due. Devo conoscerla meglio. Perciò l'intervista finisce qui.

domenica 5 febbraio 2012

PARTITA A SCACCHI


Il Maligno sussurrò all'orecchio del re, poi si allontanò. Raggiunse La Madre. Insieme, ma dai lati opposti, guardarono la scacchiera. Insieme guardarono il fiume delle anime che scorreva sotto di loro. Poi l'orologio della scacchiera diede il segnale d'inizio. Il primo pedone bianco si mosse. La scacchiera segnò il tempo. Subito anche un pedone nero avanzò.
Dopo le prime mosse, il gioco cominciò a rallentare e i pezzi discutevano a lungo con il proprio re prima di muoversi. Entrambi gli schieramenti usavano dei linguaggi criptati. Il Maligno e La Madre osservavano la partita e osservavano il fiume.
Pezzi incominciarono a cadere su entrambi i fronti, senza mai delineare un vantaggio netto per uno schieramento, ma solo piccoli squilibri che ben presto andavano colmandosi o ribaltandosi.
La Madre sorrideva compiaciuta per le buone mosse sia dei neri sia dei bianchi. Il Maligno invece ghignava solo quando i suoi acquisivano un minimo di vantaggio.
Il fiume scorreva lento con solo qualche increspatura di tanto in tanto fino all'inizio del delta. Là un braccio accelerava precipitando nell'inferno l'altro rallentava gradatamente espandendosi nel paradiso. La portata di questo secondo braccio superava nettamente quella del primo.
La cosa però che addolorava il Maligno non era tanto questa, quanto notare la sproporzione tra la percentuale delle sue creature che sceglievano il ramo del paradiso e quella delle creature a immagine e somiglianza della Madre che muovevano verso l'inferno.
Sulla scacchiera i pezzi ormai diradavano, La forza dei due eserciti sembrava ancora una volta molto simile e l'ennesima patta già si profilava all'orizzonte.
Il Maligno dopo averli analizzati inceneriva man mano i pezzi nemici catturati. La Madre li trasformava in spettatori che tifavano per il suo schieramento applaudendo ogni nuovo arrivo su quel lato della scacchiera.
Entrambi i due giocatori oltre che accanto alla scacchiera stavano al centro del loro regno ad accogliere le nuove anime. All'inferno le anime venivano subito assegnate alla loro mansione lavorativa che era l'esatto contrappasso del lavoro che avevano svolto e idolatrato sulla terra.
In paradiso le anime correvano, giocavano, si coccolavano e si riposavano negli incantevoli spazi dell'Eden.
La partita era finita. Il Maligno si riabbottonò la giacca dello smoking, si aggiustò con una mano i capelli, si accese un sigaro e alitò il fumo verso la Madre che lo soffiò via delicatamente.
Dopo questo saluto impertinente il Maligno si smaterializzò e tornò a concentrarsi nella direzione degli eterni lavori del suo regno.
La Madre trotterellò sulle nuvole fino al paradiso e andò dai suoi arcangeli. Insieme intonarono un canto che risuonò per tutto il paradiso. Tutte le anime si fermarono e iniziarono a cantare beate, guardando con amore il gruppo di superbi Husky che guidava il coro celeste.