mercoledì 17 febbraio 2021

La Catalogna vota di nuovo per l'indipendenza Prof. Dr. Axel Schönberger

 15 FEB 2021 — 

«Chi fa una fossa vi cadrà dentro; e chi rotola una pietra vi ritornerà sopra.» (Proverbi 26, 27).

Tre parti sono responsabili delle massicce violazioni del diritto organico dello Stato spagnolo e dei diritti umani del popolo catalano che lo Stato spagnolo ha commesso, specialmente da ottobre 2017:

1. Il Partido Popular (PP), attraverso le cui politiche catalanofobiche di lunga data la nazione catalana è stata provocata a tal punto che il movimento indipendentista catalano, originariamente piccolo, è diventato capace di ottenere la maggioranza. Nel 1976, sette partiti — sei dei quali guidati da ex ministri del criminale assassino di massa e dittatore Francisco Franco — si erano uniti per formare l'Alianza Popular. Questo partito riuniva le vecchie élite del regime franchista del terrore. Nel 1989, l'Alianza Popular si ribattezzò Partido Popular («Partito Popolare»). Gli enormi scandali di corruzione degli ultimi anni, soprattutto l'affare Guertel, gettano una luce eloquente su questo partito e sui suoi funzionari.

2. Il Partido Socialista Obrero Español (PSOE), un partito apparentemente «socialdemocratico» i cui membri principali sono stati coinvolti in una serie di scandali di corruzione, ha subito un'enorme perdita di reputazione a livello mondiale, soprattutto a causa del coinvolgimento di membri di spicco di questo partito e del Ministero dell'Interno che guidava all'epoca nelle attività criminali degli squadroni della morte illegali «Grupos Antiterroristas de Liberación» (GAL). Nonostante tutte le differenze politiche, i partiti PP e PSOE sono riusciti per decenni a spartirsi uffici e sinecure. Nel loro disprezzo per i diritti del popolo catalano, così come per la lingua e la cultura catalana, si differenziavano tuttavia almeno nel grado, così che il PSOE appariva generalmente ai catalani come il male minore rispetto al PP.

3. Il partito «Ciudadanos — Partido de la Ciudadanía» è emerso nel 2006 in Catalogna, dove una significativa minoranza spagnola si era insediata fin dagli anni '60 come risultato delle misure corrispondenti adottate dal governo franchista. La sua raison d'être originaria è un veemente anticatalanismo; si riconosce che mira a respingere la lingua e la cultura catalana e a sostituirla in gran parte con lo spagnolo. Dal 2015, il partito, che sta alla destra del Partido Popular e in alcune posizioni appare di estrema destra, è attivo in tutta la Spagna.

Nell'ottobre 2017, questi tre partiti hanno violato il diritto organico dello stato spagnolo abusando dell'articolo 155 della costituzione spagnola per dichiarare deposto il governo catalano democraticamente legittimato, sciogliere il parlamento catalano democraticamente eletto e indire nuove elezioni in Catalogna senza che la costituzione spagnola fornisse una base giuridica per questo. Come risultato, i politici catalani che si sono candidati ad alte cariche nel governo catalano sono stati perseguitati da una magistratura evidentemente politicizzata, impediti di esercitare i mandati parlamentari, rimossi illegalmente dall'incarico e diffamati pubblicamente. Al popolo catalano è stato chiaramente dimostrato che la Spagna lo considera una «colonia eterna» e gli nega illegalmente il diritto umano all'autodeterminazione, anche usando la violenza.

Dopo che un tribunale spagnolo ha rimosso l'ultimo presidente catalano, Quim Torra, dal suo incarico in modo chiaramente illegale — la Corte di giustizia europea di Strasburgo avrà probabilmente l'ultima parola — e nuove elezioni si sono quindi rese necessarie, il PSOE ha fatto in modo che queste non fossero rinviate al 30 maggio 2021 a causa della pandemia, come volevano gli altri partiti, ma che si tenessero il 14 febbraio 2021. I «socialdemocratici» spagnoli speravano che questo avrebbe portato a una bassa affluenza alle urne — è stata infatti solo del 53,54% — e successivamente a una chiara vittoria elettorale, dato che hanno mandato il popolare ministro della salute del governo centrale spagnolo, il catalano Salvador Illa, come loro candidato nella campagna elettorale catalana.

Come è noto, solo i vitelli più stupidi scelgono il proprio macellaio. I catalani non sono stupidi. I tre partiti responsabili del «colpo di stato dall'alto» del 2017 e delle più grandi violazioni dei diritti umani viste in Europa occidentale da decenni hanno ottenuto il seguente numero di seggi nel parlamento catalano per il loro obiettivo politico comune di impedire la separazione della Catalogna dalla Spagna:

Partido Socialista Obrero Español: 33 (2017: 17 seggi)
Ciudadanos: 6 (2017: 36 seggi)
Partido Popular: 3 (2017: 4 seggi)

Questo porta il loro totale a soli 42 seggi (da 57).

Il partito di estrema destra Vox, uno spin-off del Partito Popolare, è arrivato da una partenza da fermo a 11 seggi. Se il partito, che è neofascista in alcune parti, viene contato come parte del blocco dei tre partiti del colpo di stato dell'ottobre 2017, questo risulta teoricamente in 53 seggi. I politici di spicco di Vox, tuttavia, sono fermamente convinti che i politici di spicco del PSOE, compreso il loro candidato di punta catalano Salvador Illa, appartengono alla prigione proprio come i prigionieri politici catalani, motivo per cui Salvador Illa rifiuta categoricamente qualsiasi cooperazione del suo partito con gli estremisti di destra del partito Vox.

Il numero totale di seggi parlamentari è 135, la maggioranza assoluta parte da 68 seggi.

I tre partiti che sono decisamente a favore dell'indipendenza statale della Catalogna sono rappresentati nel parlamento catalano come segue:

Esquerra Republicana: 33 seggi (2017: 32 seggi).
Junts per Catalunya: 32 seggi (2017: 34 seggi)
CUP: 9 seggi (2017: 4 seggi).

Un altro partito catalano che, almeno in passato, ha sostenuto che i catalani dovrebbero essere autorizzati a votare sulla questione della loro indipendenza statale in un secondo referendum pattato con lo stato spagnolo, ma ora sembra principalmente interessato a condividere il potere e a lavorare con il PSOE, è Comú-Podem:

Comú-Podem: 8 (2017: 8 seggi).

Ciò significa che una coalizione ‘di sinistra’ tra i partiti Esquerra Republicana, PSOE e Comú-Podem sarebbe teoricamente possibile, ma è molto improbabile, dato che la stragrande maggioranza degli elettori di Esquerra Republicana difficilmente perdonerebbero al suo partito di fare un patto con un partito del «articolo 155», ed Esquerra Republicana, come altri partiti, aveva già escluso in anticipo una coalizione con i socialdemocratici. La CUP, d'altra parte, sarebbe stata disposta ad appoggiare nuovamente un governo di minoranza di partiti Esquerra Republicana e Junts per Catalunya solo se avesse dichiarato chiaramente il suo appoggio all'indipendenza della Catalogna e non avesse più rifuggito da un confronto deciso con lo Stato spagnolo. In ogni caso, i partiti politici a favore dell'indipendenza statale della Catalogna sono rappresentati con più seggi nel nuovo parlamento catalano di prima. L'indipendenza catalana è stata nuovamente desiderata dalla maggioranza degli elettori in queste elezioni, nonostante la tremenda repressione dello stato spagnolo, con un chiaro spostamento verso la CUP, che cerca di sfidare lo stato spagnolo, che rifiuta il dialogo.

C'è da aspettarsi che lo stato spagnolo reagisca a questo risultato elettorale con ulteriori misure repressive e violazioni dei diritti umani. Tuttavia, la Spagna potrà solo ritardare l'indipendenza della Catalogna, non fermarla. Non importa quanto duramente si cerchi di arginare un fiume potente per sempre, un giorno si romperà inesorabilmente la sua strada. Di questo dovrà rendersi conto anche l'Unione Europea, che ancora non si vergogna dei prigionieri politici in Spagna, anche se il ministro degli Esteri russo Sergei Viktorovich Lavrov, in accordo con gli organi competenti delle Nazioni Unite, ha correttamente indicato tre dei prigionieri politici detenuti illegalmente dalla Spagna davanti agli occhi e alle orecchie del mondo intero. L'atteggiamento dell'Unione Europea nei confronti delle massicce violazioni dei diritti umani da parte dello stato spagnolo può essere paragonato all'errata opinione di molti politici del XX secolo che consideravano le persecuzioni degli ebrei in Germania e dei catalani, baschi e galiziani in Spagna — grandi crimini contro l'umanità — come affari interni dei due stati fascisti.

domenica 7 febbraio 2021

IL PRINCIPE DRAGHI

Qualcuno di recente invocava  il metodo romano di nominare un dittatore in caso di guerra e forse anche Conte la vedeva in quel modo. Dobbiamo però riconoscere che la transizione dalla repubblica parlamentare alla dittatura è in Italia già in corso da tempo. 

A parte la latitanza di una informazione libera, prima il Parlamento ha ceduto il suo potere al Governo con i ripetuti voti di fiducia, i decreti legislativi non coerenti per materia e non urgenti, i DPCM, poi il Governo stesso ha alzato bandiera bianca e ha rimesso il potere al Capo dello Stato, che ha deciso in totale autonomia, come un sovrano assoluto, il Premer da imporre al paese e la maggioranza che deve sostenerlo.

Insomma ha nominato il Principe Draghi. E le forze politiche si stanno dimostrando pronte ad avvallare l'investitura.

Al di là che Draghi è un uomo pericoloso, per la sua storia di "finanziere", è per un paese allo sbando - che si ostina da anni a non volere cambiare (né con un autentico federalismo interno né con la cessione di maggior sovranità all'Europa), ma persiste solo a redistribuire la ricchezza tra gli amici e gli amici degli amici- è Draghi un male necessario nella misura in cui costringerà ad un uso proprio del Next Generation UE.

Personalmente mi auguro che sia FdI sia LeU non entrino nel Governo né lo sostengano dall'esterno, ma restino all'opposizione. Penso infatti che l'opposizione sia una ricchezza, una componente essenziale della democrazia o nel nostro caso di ciò che ne resta.

IL FALLIMENTO DI BORREL

 Ascoltando stamattina su Radio Radicale la rassegna stampa "Stampa e regime" sento del deludente esito della missione diplomatica dell'Alto Commissario dell'UE a Mosca. "Non ha avuto la forza di porre sul tavolo la questione dei diritti umani" dice Marco Cappato, conduttore della trasmissione.

Mi viene da ridere, al solito, per non piangere! Ma come può un anti-democratico, corresponsabile e sostenitore della repressione catalana, che calpesta brutalmente i diritti dell'uomo e il diritto internazionale opporre la questione dei diritti umani a qualsivoglia interlocutore, anche uno palesemente in torto come Putin? 

Eppure la necessità di essere credibile per l'Europa è vitale per il mondo: dalla Cina (Uiguri, Tibetani, Falun gong, Hong-Kong) alla Turchia (curdi, accademie, giornalisti, avvocati, musicisti) all'Iran (oppositori e diritti civili di ogni tipo) all'Egitto (Regeni e Zaki), al Mnyamar ricaduto sotto la dittatura militare le voci della democrazia che possono ancora dire e fare qualcosa sono poche oltre all'UE USA, UK  e pochi altri attori probabilmente troppo piccoli.

L'Europa reale deve uscire dalla gabbia degli accordi intergovernativi e del governo del Consiglio recuperare lo spirito di Ventotene dando potere alla Commissione sotto il controllo del Parlamento per una vera democrazia europea preludio agli Stati Uniti d'Europa e al successivo punto di arrivo della Confederazione Cantonale Europea. 

http://debolisegnali.altervista.org/Manifesto_eu7dot0.html



venerdì 5 febbraio 2021

LAVORARE MENO, LAVORARE TUTTI

Decrescita Felice Social Network (decrescita.com), di cui all'epoca ero redattore, pubblicava il 5 giugno 2013 il mio articolo dal titolo di cui sopra che riporto qui di seguito:
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Lavorare meno, lavorare tutti è un vecchio slogan sindacale. L’obbiettivo della settimana lavorativa di 35 ore non è più in agenda, ma l’idea è tornata di grande attualità con i contratti di solidarietà che riducendo l’orario di lavoro individuale permettono di abbassare le produzioni procrastinando nel tempo misure quali cassa integrazione e mobilità.

Il 28 maggio scorso nell’ambito del 4 Congresso Nazionale della Federazione Energia Moda Chimica e Affini della CISL ad Assisi, cui ho partecipato in qualità di delegato, ho fatto nel corso dei lavori del comparto moda il seguente intervento:

“Permettetemi di iniziare il mio intervento leggendovi una poesia di Eugenio Montale:

 Forse un mattino andando in un’aria di vetro,

arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:

il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro

di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come su uno schermo, s’accamperanno di gitto

alberi case colli per l’inganno consueto.

Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto

tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

 Ho voluto leggervi questa poesia perché esprime bene il mio personale sconcerto. Lo sconcerto che ho provato in questi ultimi anni nel capire che le rappresentazioni economiche del mondo che avevo studiato e che quasi tutti ancora continuano a proporci sono fuorvianti.

Questo sistema economico, questo modello di sviluppo ha raggiunto il limite della sua crescita: pena la distruzione del pianeta. E’ dunque necessario cambiare i nostri consumi sia in termini quantitativi sia in termini qualitativi e di conseguenza cambiare il modello produttivo.

E’ particolarmente difficile declinare ciò nel comparto moda, ma ignorare l’ineluttabilità del cambiamento può avere conseguenze drammatiche.

Non voglio farla troppo lunga: vi invito a leggere Pasolini, Illich, Latouche.

Da quest’ultimo pensatore prendo una proposta importante: scambiare gli incrementi di produttività con la diminuzione del tempo individuale di lavoro e l’aumento dei posti di lavoro.

Aggiungo che la nostra organizzazione ha le capacità per farsi promotrice di iniziative quali casse di mutuo soccorso, banche del tempo, monete complementari. Cominciamo a pensarci”.

Nel dibattito, ahimé, molti hanno ancora parlato di sviluppo sostenibile, di ripresa economica, di una vaga problematica ambientale. Qualcuno però ha anche affermato che non si può parlare di crisi, bensì di svolta epocale e che il ritorno alla situazione ex-ante non è pensabile o che la compatibilità ambientale deve divenire un prerequisito cogente in ogni scelta di cosa e come produrre nei nostri settori industriali.

L’idea di lavorare meno poi è stata non solo ripresa nel dibattito, ma anche riproposta sotto diverse angolature da altri interventi. Manca ancora la coscienza dell’importanza del passaggio non solo in termini solidaristici, ma come passo verso una nuova organizzazione sociale, che vada finalmente verso la grande promessa mancata dell’era delle macchine di dare più tempo alle persone sgravando il tempo di lavoro senza ridurre il benessere.

Sappiamo che questa promessa è stata invece inghiottita dalla follia consumistica della crescita per darci un benessere effimero e soprattutto non sostenibile.

Il cammino da fare per arrivare a dare gambe, anche nel sindacato, a un percorso virtuoso è ancora lungo, ma alcune idee si stanno facendo strada e ogni passo nella direzione giusta è il benvenuto.

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Mi sembra ancora valido, anche se sempre più nuove tecnologie promettono di poterci aiutare e così si parla oggi più di green economy che di decrescita, ma le oligarchie tecnologiche che affollano oggi il cyberspazio - e grazie alla ricchezza lì prodotta comandano di fatto anche il mondo reale - e l'affermarsi del capitalismo di Stato cinese rendono il pericolo dell'avvento di un eco-fascismo non più una tetra profezia bensì un processo ormai in atto.

Urge per lo meno rendersene conto per poi capire, più in fretta possibile, che fare.

giovedì 4 febbraio 2021

REsponsabilità - REnzi - REalismo

 Ancora oggi, con Draghi presidente del Consiglio incaricato, molti continuano con il mantra "irresponsabile aprire questa crisi". Basta! Irresponsabile era lasciare in mano a Conte, Bonafede, Azzolina & Co la gestione del Next Generation UE, come già chiaramente si vedeva dai documenti in corso d'opera.

Oltretutto bisogna anche ammettere che Renzi non è il vero motore della crisi, ma lo è Bonafede (ministro della giustizia apertamente schierato contro le misure alternative alla detenzione, che ha mentito spudoratamente sul sovraffollamento, che ha cancellato la prescrizione nel mentre che la lunghezza dei processi è ulteriormente in allungamento, che non sta per nulla gestendo la pandemia nelle carceri) la cui relazione non solo per Italia Viva, ma anche per buona parte del PD e di LEU era del tutto inaccettabile.

Ora con realismo annotiamo che la formazione di un governo Draghi è tutt'altro che semplice, che Draghi anche se ha opportunamente parlato di coesione sociale e di forze sociali è comunque legato al mondo della finanza internazionale e che come contro parte ha questo parlamento italiano la cui qualità è quella che è (ma il prossimo parlamento ridotto sarà ancora peggio, anche perché appunto ridotto e perché allo stato dei fatti verrà ancora deciso dalle segreterie dei partiti).


sabato 30 gennaio 2021

L'autodeterminazione come principio chiave dell'ordine internazionale Prof. Dr. Alfred de Zayas

 L'autodeterminazione come principio chiave dell'ordine internazionale

Prof. Dr. Alfred de Zayas

Il progressivo sviluppo del diritto internazionale risponde alle esigenze economiche, sociali e politiche. Le nuove convenzioni e le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza hanno un impatto sul diritto internazionale, così come la prassi attuale degli Stati, che genera precedenti, faits accomplis che si evolvono in legge, Stati di fatto che si separano dagli altri Stati e funzionano all'interno della comunità internazionale come entità statali, anche se non godono di riconoscimento internazionale — ex factis oritur ius.

Mentre la Carta dell'ONU serve come una sorta di Costituzione mondiale e l'articolo 103 è inequivocabile nello stabilire che la Carta prevale su tutti gli altri trattati, la narrazione politica non sempre è conforme a questa legalità e c'è un certo grado di «frammentazione» nel diritto internazionale, che gli Stati invocano in modo egoistico per applicare il diritto internazionale in modo selettivo, violando i principi generali del diritto — non per caso, ma deliberatamente e con calcolo, solo per vedere se riescono a farla franca. Qualsiasi osservatore confermerà che l'applicazione del diritto internazionale à la carte era comune nel passato, come lo è nel presente. In assenza di efficaci meccanismi di applicazione, gli Stati continueranno a violare il diritto internazionale nella più totale impunità, anche in materia dello ius cogens come la violazione del divieto dell'uso della forza di cui all'articolo 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite.

Nel diritto internazionale del XXI secolo, il diritto all'autodeterminazione gioca e continuerà a giocare un ruolo cruciale. È un principio chiave di un ordine internazionale pacifico, democratico ed equo.

Il mio rapporto del 2014 all'Assemblea Generale [1] è dedicato interamente alla proposta che la realizzazione del diritto all'autodeterminazione è una strategia vitale per la prevenzione dei conflitti. Il rapporto dimostra che innumerevoli guerre dal 1945 in poi hanno trovato la loro origine nell'ingiusta negazione dell'autodeterminazione, e sostiene che le Nazioni Unite avrebbero dovuto esercitare le loro responsabilità ai sensi del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite e adottare misure preventive per evitare lo scoppio di ostilità che hanno messo in pericolo la pace locale, regionale e internazionale. Conformemente all'obiettivo generale dell'ONU di raggiungere una pace sostenibile, l'ONU potrebbe e dovrebbe offrire i suoi buoni uffici per facilitare il dialogo e, se del caso, organizzare referenda di autodeterminazione. Il fatto che i referenda di autodeterminazione in Etiopia/Eritrea, Timor Est e Sudan siano stati organizzati solo dopo l'uccisione di decine di migliaia di esseri umani ha avuto un impatto negativo sulle Nazioni Unite, e sulla comunità internazionale in generale.

I detentori dei diritti dell'autodeterminazione sono tutti i popoli. L'articolo 1, paragrafo 1, del Patto internazionale sui diritti civili e politici e del Patto sui diritti economici, sociali e culturali, stabilisce che «tutti i popoli hanno il diritto all'autodeterminazione». Né il testo né i travaux preparatoires limitano la portata dei «popoli» a coloro che vivono sotto il dominio coloniale o comunque sotto l'occupazione. Ai sensi dell'articolo 31 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, «Tutti i popoli» significa proprio questo — e non può essere arbitrariamente limitato. Certo, il concetto di «popoli» non è mai stato definito in modo definitivo, nonostante il suo frequente utilizzo nelle sedi delle Nazioni Unite. I partecipanti a una riunione di esperti dell'UNESCO sull'autodeterminazione nel 1998 hanno approvato quella che è stata chiamata la «definizione di Kirby», riconoscendo come «popolo» un gruppo di persone con una tradizione storica comune, un'identità razziale o etnica, un'omogeneità culturale, un'unità linguistica, un'affinità religiosa o ideologica, un legame territoriale o una vita economica comune. A questo va aggiunto un elemento soggettivo: la volontà di essere identificati come popolo e la coscienza di essere un popolo. Un popolo deve essere numericamente più grande di una semplice «mera associazione di individui all'interno dello Stato». La loro pretesa diventa più convincente se hanno creato istituzioni o altri mezzi per esprimere le loro caratteristiche e identità comuni. In un linguaggio semplice, il concetto di «popoli» abbraccia minoranze etniche, linguistiche e religiose, oltre a gruppi identificabili che vivono sotto la dominazione aliena o sotto l'occupazione militare, e gruppi indigeni che sono privati dell'autonomia o della sovranità sulle loro risorse naturali.

Ai sensi dell'articolo 1, paragrafo 3, comune ai Patti, i portatori del diritto all'autodeterminazione sono tutti gli Stati parti dei Patti, ai quali non è semplicemente proibito interferire con l'esercizio del diritto, ma «devono promuovere» la sua realizzazione in modo proattivo. In altre parole, gli Stati non possono scegliere secondo i loro capricci e non hanno la prerogativa di concedere o negare pretese di autodeterminazione ad libitum. Essi devono non solo rispettare il diritto, ma anche attuarlo. Inoltre, nel diritto internazionale moderno, l'autodeterminazione è un impegno erga omnes sancito da numerosi articoli della Carta dell'ONU e da innumerevoli risoluzioni del Consiglio di sicurezza e dell'Assemblea generale. Il conferimento ai popoli del potere di godere dei diritti umani senza discriminazioni e di esercitare un certo grado di autogoverno è cruciale per la stabilità nazionale e internazionale. In caso contrario, permane un significativo potenziale di conflitto.

Anche se l'autodeterminazione è emersa come un ius cogens, superiore a molti altri principi del diritto internazionale, compresa l'integrità territoriale, non si autoesegue. Ci sono stati molti legittimi rivendicatori del diritto all'autodeterminazione che hanno visto il loro diritto negato impunemente dalle potenze occupanti, in particolare i curdi, i sahrawi, i palestinesi, i kashmiri. Altri in possesso di tutti gli elementi del diritto, compresi gli Igbo del Biafra e i Tamil dello Sri Lanka, hanno combattuto valorosamente per la loro cultura e identità e hanno subito il disaffezionamento e persino il genocidio. Altri, come i bangladesi, sono riusciti a ottenere l'indipendenza dal Pakistan, ma hanno dovuto combattere una guerra quasi genocida nel 1971, con stime di morti civili che vanno dai 300.000 ai tre milioni di esseri umani.

Negli ultimi decenni, alcuni popoli hanno raggiunto l'autodeterminazione attraverso l'effettiva separazione dalle entità statali alle quali erano stati finora associati, ma il loro status internazionale rimane inchoato a causa dei battibecchi politici tra le grandi potenze e della conseguente mancanza di riconoscimento internazionale, tra cui le entità russo-ucraine di Lugansk e Donetsk, la Repubblica di Pridnestronia (Transnistria-Moldavia), la Repubblica di Artsakh (Nagorno Karabagh), l'Abkhazia e l'Ossezia meridionale. Un altro caso riguarda la separazione della Crimea dall'Ucraina in virtù di un referendum e di una dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte del Parlamento della Crimea. Sebbene questa espressione di autodeterminazione con esplicito riferimento al precedente del Kosovo non abbia ricevuto il riconoscimento internazionale, all'indipendenza di Crimea ha fatto seguito un altro atto di autodeterminazione — la sua richiesta formale di riunificazione con la Russia, che è stata concessa dalla Duma russa il 20 marzo 2014 e ritenuta costituzionale dalla Corte costituzionale russa. Con o senza riconoscimento internazionale, il popolo di Crimea è oggi cittadino russo. e non è concepibile che la Crimea sia mai separata dalla Russia, se non attraverso una grande guerra internazionale, uno scenario altamente improbabile.

Che piaccia o meno ad alcuni leader politici nel mondo, gli Stati di fatto possono affermare e affermano la legittimità democratica, poiché le loro popolazioni hanno agito nel perseguimento del diritto all'autodeterminazione, e hanno diritto alla piena protezione del regime del trattato internazionale sui diritti umani. Una soluzione all'impasse può avvenire solo attraverso negoziati pacifici, poiché l'uso della forza armata contro l'autodeterminazione violerebbe numerosi trattati internazionali, tra cui la Carta delle Nazioni Unite, i patti sui diritti umani e le Convenzioni della Croce Rossa di Ginevra. Sarebbe l'ultima irrazione. È importante sottolineare che non ci sono «buchi neri legali» quando si tratta di diritti umani, e che il regime dei trattati sui diritti umani prevale nelle zone di conflitto e le popolazioni di tutti gli Stati de facto godono di protezione secondo il diritto internazionale consuetudinario dei diritti umani.

Diversa è la situazione della Repubblica Turca di Cipro del Nord, perché questo Stato di fatto è emerso da un'invasione illegale dell'isola di Cipro da parte della Turchia nel 1974, in violazione della Carta delle Nazioni Unite e delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, accompagnata da crimini di guerra e crimini contro l'umanità, tra cui l'espulsione della popolazione autoctona greco-cipriota, seguita dall'insediamento illegale dell'Anatolia-Turchia, che ovviamente non è un «popolo» avente diritto a rivendicare il diritto all'autodeterminazione a Cipro.

Un elenco molto incompleto di popoli che hanno espresso aspirazioni di autodeterminazione e di riconoscimento internazionale comprende i tibetani, i catalani, i corsi, gli austriaci del Tirolo meridionale, i veneto-italiani, i triestini, gli anglofoni camerunensi, molti gruppi minoritari dell'Africa postcoloniale, i mapuches del Cile e dell'Argentina, i popoli di Rapa Nui, Papua occidentale, i moluchi, Aceh-Sumatrans, ecc.

Le Nazioni Unite potrebbero dare un notevole contributo alla pace duratura e alla prevenzione dei conflitti convocando una conferenza internazionale per rivedere la situazione degli Stati di fatto, al fine di regolarizzare il loro status, in modo che le loro popolazioni non rimangano indefinitamente in un limbo. In effetti, dobbiamo a queste popolazioni il potere di accedere a tutti i benefici che derivano dall'essere membri della famiglia dell'ONU. Ricordiamo che per molti decenni le due Coree sono state al di fuori del sistema dell'Onu, perché una coalizione di potere avrebbe bloccato un candidato, mentre l'altra coalizione avrebbe bloccato l'altra. L'impasse è stata superata nel 1991, quando entrambi i Paesi sono stati accolti contemporaneamente all'ONU ai sensi della risoluzione 702 del Consiglio di sicurezza. Allo stesso modo, né il Vietnam del Nord né il Vietnam del Sud avevano mai raggiunto l'adesione all'Onu. Ciò è avvenuto solo dopo la riunificazione del Vietnam del Nord e del Sud e le risoluzioni formali dell'Onu del 1977.

Criteri per invocare pacificamente e democraticamente l'autodeterminazione

Il mio rapporto del 2014 all'Assemblea generale formula una serie di criteri che dovrebbero essere presi in considerazione quando si affrontano questioni di autodeterminazione. Tenendo presente che la comunità internazionale dovrà affrontare, prima o poi, l'aspirazione di così tanti popoli all'autodeterminazione, è opportuno rivedere alcune delle norme che dovrebbero essere applicate.

Ogni processo di autodeterminazione dovrebbe essere accompagnato dalla partecipazione e dal consenso dei popoli interessati. È possibile raggiungere soluzioni che garantiscano l'autodeterminazione all'interno di un'entità statale esistente, come l'autonomia, il federalismo e l'autogoverno. Se c'è una forte richiesta di separazione, tuttavia, è molto importante evitare l'uso della forza, che metterebbe in pericolo la stabilità locale, regionale e internazionale ed eroderebbe ulteriormente il godimento di altri diritti umani. Pertanto, sono necessari negoziati in buona fede e la disponibilità al compromesso; in alcuni casi, questi potrebbero essere coordinati attraverso i buoni uffici del Segretario Generale o sotto l'egida del Consiglio di Sicurezza o dell'Assemblea Generale.

Per affrontare le molteplici e complesse questioni legate al raggiungimento dell'autodeterminazione, è necessario valutare caso per caso una serie di fattori. In questo contesto, sarebbe utile che l'Assemblea Generale chiedesse alla Corte Internazionale di Giustizia di emettere pareri consultivi sulle seguenti questioni:

— Quali sono i criteri che determinerebbero l'esercizio dell'autodeterminazione attraverso una maggiore autonomia o indipendenza?

— Quale ruolo dovrebbero svolgere le Nazioni Unite nel facilitare la transizione pacifica da un'entità statale a più entità statali, o da più entità statali ad un'unica entità?

Il diritto all'autodeterminazione non si estingue con il passare del tempo perché, così come il diritto alla vita, alla libertà e all'identità, è troppo importante per potervi rinunciare. Non è valido affermare che il «popolo» abbia validamente esercitato l'autodeterminazione 50 o 100 anni fa. Ciò significherebbe che una generazione potrebbe privare le generazioni future di un diritto di ius cogens. L'autodeterminazione deve essere vissuta ogni giorno.

Tutte le manifestazioni dell'autodeterminazione sono sul tavolo: dalla piena garanzia dei diritti culturali, linguistici e religiosi, ai vari modelli di autonomia, allo status speciale in uno Stato federale, alla secessione e alla piena indipendenza, all'unificazione di due entità statali, alla cooperazione transfrontaliera e regionale.

L'attuazione dell'autodeterminazione non rientra esclusivamente nella giurisdizione nazionale dello Stato interessato, ma è una preoccupazione legittima della comunità internazionale.

Né il diritto all'autodeterminazione né il principio di integrità territoriale sono assoluti. Entrambi devono essere applicati nel contesto della Carta e dei trattati sui diritti umani, in modo da servire gli scopi e i principi delle Nazioni Unite.

Il principio dell'integrità territoriale deve essere inteso come nell'articolo 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite e come in innumerevoli risoluzioni dell'ONU, tra cui la 2625 sulle relazioni amichevoli e la 3314 sulla definizione del reato di aggressione. Il principio dell'integrità territoriale è un elemento importante dell'ordine internazionale, in quanto assicura continuità e stabilità. Ma è un principio di applicazione esterna, nel senso che lo Stato A non può invadere l'integrità territoriale dello Stato B. Il principio non è destinato all'applicazione interna, perché ciò annullerebbe automaticamente il diritto di autodeterminazione dello ius cogens. Ogni singolo esercizio del diritto di autodeterminazione che si traduce in secessione ha comportato un adeguamento all'integrità territoriale dell'entità statale precedente. Ci sono troppi precedenti per poterli contare.

È incontestabile che il diritto internazionale non è un concetto statico e che continua ad evolversi attraverso la pratica e i precedenti. L'indipendenza delle ex repubbliche sovietiche e la secessione dei popoli dell'ex Jugoslavia hanno creato importanti precedenti per l'attuazione dell'autodeterminazione. Questi precedenti non possono essere ignorati quando sorgono le moderne controversie sull'autodeterminazione. Non è possibile dire sì all'autodeterminazione di Estonia, Lettonia, Lituania, Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Kosovo, ma poi dire no all'autodeterminazione dei popoli di Abkhazia, Ossezia meridionale o Nagorno Karabagh. Tutti questi popoli hanno gli stessi diritti umani e non devono essere discriminati. Come nel caso dei rivendicanti di successo, anche questi popoli hanno dichiarato unilateralmente l'indipendenza. Non c'è alcuna giustificazione che neghi loro il riconoscimento applicando l'autodeterminazione in modo selettivo e facendo frivole distinzioni che non hanno alcun fondamento giuridico o giudiziario.

Senza dubbio, il principio dell'integrità territoriale è stato significativamente indebolito quando la comunità internazionale ha accettato la distruzione dell'integrità territoriale dell'Unione Sovietica riconoscendo la dichiarazione unilaterale di indipendenza delle sue parti, così come le dichiarazioni unilaterali delle repubbliche jugoslave. L'aspetto più significativo è che nel 1999 i paesi della NATO hanno sferrato un attacco frontale all'integrità territoriale della Repubblica Federale di Jugoslavia, quando questa ha bombardato la Jugoslavia senza alcuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU ai sensi del capitolo VII. Questa massiccia violazione del diritto internazionale è rimasta impunita fino ad oggi. Ma una chiara conseguenza di quella guerra è stato il tacito consenso all'abbandono del sacrosanto principio di integrità territoriale.

In ogni caso, il principio di integrità territoriale non può essere usato come pretesto per minare la responsabilità dello Stato di proteggere i diritti umani dei popoli sotto la sua giurisdizione. Il pieno godimento dei diritti umani da parte di tutte le persone che si trovano sotto la giurisdizione di uno Stato e il mantenimento della coesistenza pacifica tra gli Stati sono gli obiettivi principali da raggiungere. Le garanzie di uguaglianza e di non discriminazione sono necessarie per la stabilità interna degli Stati, ma la non discriminazione da sola può non essere sufficiente a tenere insieme i popoli quando non vogliono vivere insieme. Il principio dell'integrità territoriale non è una giustificazione sufficiente per perpetuare situazioni di conflitto interno che possono infestarsi e scoppiare in una guerra civile, minacciando così la pace e la sicurezza regionale e internazionale.

Un modello coerente di gravi e comprovate violazioni dei diritti umani contro una popolazione nega la legittimità dell'esercizio del potere governativo. In caso di disordini, il dialogo deve essere avviato prima di tutto nella speranza di porre rimedio alle lamentele. Gli Stati non possono prima provocare la popolazione commettendo gravi violazioni dei diritti umani e poi invocare il diritto di «autodifesa» per giustificare l'uso della forza contro di loro. Ciò violerebbe il principio dell'‘estoppel’ (ex iniuria non oritur ius), un principio generale del diritto riconosciuto dalla Corte internazionale di giustizia. Sebbene ai sensi dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite tutti gli Stati hanno il diritto di autodifesa contro gli attacchi armati, essi hanno anche la responsabilità di proteggere la vita e la sicurezza di tutte le persone sotto la loro giurisdizione. Nessuna dottrina, certamente non quella dell'integrità territoriale, può giustificare i massacri o derogare al diritto alla vita.

Anche se la «teoria riparatrice» dell'autodeterminazione può avere qualche attrattiva, soprattutto se si considera il desiderio universale di giustizia e il rifiuto generale dell'impunità per gravi violazioni dei diritti umani, è difficile applicare «l'autodeterminazione riparatrice», perché non esiste un metro di misura oggettivo e nessuno ha definito dove si trova la soglia di violazione al di sotto della quale l'autodeterminazione non sarebbe prevista e al di sopra della quale richiederebbe la separazione come punizione. È molto più pratico vedere l'autodeterminazione come un diritto umano fondamentale, non dipendente dalle azioni sbagliate di nessuno. È un diritto a sé stante. Tutti i popoli ne hanno diritto perché sono popoli con la propria cultura, identità, tradizioni — non perché qualcuno ha commesso un crimine o ha comunque violato il diritto internazionale. Il diritto si attacca ai popoli per la loro stessa ontologia. Allo stesso modo, la dottrina della «responsabilità di proteggere» non aiuta la nostra analisi, perché l'R2P è altamente soggettivo e può essere facilmente abusato, come ha ampiamente dimostrato il dibattito nell'Assemblea Generale del 23 luglio 1999.[3]

La secessione presuppone la capacità di un territorio di emergere come membro funzionante della comunità internazionale. In questo contesto, i quattro criteri di statualità della Convenzione di Montevideo sui diritti e i doveri degli Stati (1933) sono rilevanti: una popolazione permanente, un territorio definito, il governo e la capacità di entrare in relazione con altri Stati. Sono rilevanti anche le dimensioni della popolazione interessata e la vitalità economica del territorio. Una forma di governo democratico che rispetti i diritti umani e lo stato di diritto rafforza il diritto. Il riconoscimento di una nuova entità statale da parte di altri Stati è auspicabile, ma ha un effetto dichiarativo, non costitutivo.

Quando un'entità statale multietnica e/o multireligiosa viene disgregata, e le nuove entità statali che ne risultano sono anch'esse multietniche o multireligiose e continuano a soffrire di vecchie animosità e violenze, lo stesso principio di secessione può essere applicato. Se un pezzo del tutto può essere separato dal tutto, allora anche un pezzo del pezzo può essere separato secondo le stesse regole di diritto e di logica. L'obiettivo principale è quello di arrivare a un ordine mondiale in cui gli Stati osservino internamente i diritti umani e lo stato di diritto e vivano in rapporti pacifici con gli altri Stati.

L'aspirazione dei popoli ad esercitare pienamente il diritto all'autodeterminazione non si è conclusa con la decolonizzazione. Ci sono molti popoli indigeni, popoli non autogovernanti e popolazioni che vivono sotto l'occupazione che ancora lottano per l'autodeterminazione. Le loro aspirazioni devono essere prese sul serio per il bene della prevenzione dei conflitti. Il mondo post-coloniale ha lasciato un'eredità di frontiere che non corrispondono a criteri etnici, culturali, religiosi o linguistici. Si tratta di una continua fonte di tensione che può richiedere un adeguamento in conformità all'articolo 2, paragrafo 3, della Carta. La dottrina dell'uti possidetis è obsoleta e il suo mantenimento nel ventunesimo secolo senza possibilità di aggiustamenti pacifici può perpetuare violazioni dei diritti umani. In ogni caso, l'uti possidetis è chiaramente incompatibile con l'autodeterminazione, e qualsiasi trattato che pretendesse di mantenerla contro l'autodeterminazione sarebbe nullo ai sensi dell'articolo 64 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati.[4]

Ai sensi della Carta delle Nazioni Unite, le Nazioni Unite hanno un ruolo cruciale da svolgere, e gli Stati dovrebbero fare appello al Segretario Generale affinché prenda l'iniziativa e contribuisca alla preparazione di modelli di autonomia, federalismo e, eventualmente, di referendum. Un metodo affidabile per determinare l'opinione pubblica ed evitare il consenso artificiale deve essere concepito in modo da garantire l'autenticità dell'espressione della volontà pubblica in assenza di minacce o di uso della forza. Si deve dare il giusto peso ai legami storici di lunga data con un territorio o una regione, ai legami religiosi con i luoghi sacri, alla coscienza del patrimonio delle generazioni precedenti, nonché all'identificazione soggettiva con un territorio. Gli accordi con persone non debitamente autorizzate a rappresentare le popolazioni interessate e gli accordi con rappresentanti fantoccio sono a maggior ragione non validi. In assenza di un processo di negoziazione in buona fede o di plebisciti, c'è il pericolo di una rivolta armata.

Per garantire una pace interna ed esterna sostenibile nel ventunesimo secolo, la comunità internazionale deve reagire ai segnali di allarme rapido e stabilire meccanismi di prevenzione dei conflitti. Facilitare il dialogo tra i popoli e organizzare tempestivamente i referendum sono strumenti per garantire l'evoluzione pacifica delle relazioni nazionali e internazionali. L'inclusione di tutte le parti interessate deve essere la regola, non l'eccezione.

In conclusione, celebriamo l'attuazione dell'autodeterminazione dei popoli come espressione di democrazia, in quanto la democrazia è una forma di autodeterminazione!

Prof. Dr. Alfred de Zayas
(Ex esperto indipendente dell'ONU per la promozione di un ordine internazionale democratico ed equo, Ginevra, Svizzera febbraio 2018

martedì 22 settembre 2020

Italia: dalla democrazia reale alla democrazia irreale

 Prima della caduta dei regimi comunisti del blocco sovietico era frequente l'uso della locuzione paesi del "socialismo reale" per marcare la distanza tra la visone teorica del comunismo, che al termine della fase transitoria della dittatura del proletariato avrebbe dovuto portare ad una società libera e aperta, e la realizzazione concreta degli apparati statali nei paesi socialisti.

Poi è stato introdotto il concetto di democrazia reale che personalmente ho spesso sentito dalla voce di Marco Pannella, ma non so se sia una sua invenzione o una citazione che egli amava.

E' evidente che rispetto all'ideale di democrazia i regimi democratici reali che oggi incontriamo non sono perfetti e dunque sono una concretizzazione sempre parziale di quell'ideale.

Insieme a Karl Popper potremmo dire che c'è democrazia finché il popolo può scegliere e cambiare i propri governanti, ma perché tutto funzioni bene ci vuole molto altro a partire da rappresentanza, partecipazione, equilibrio e controlli tra i poteri ed efficienza.

La democrazia Italiana ha da molto tempo grossi problemi: dalla partitocrazia che rende effimero il ricambio ai posti di comandi alla malagiustizia che pone il nostro paese a livello dei regimi dittatoriali per quanto riguarda sia i tempi e l'accuratezza dei giudizi sia l'esecuzione della pena.

Ma alcuni elementi si sono aggiunti più o meno recentemente:

1) la riforma delle Provincie di cui abbiamo perso il controllo democratico non essendo queste più elettive, ma mantenendo funzioni importanti per la viabilità, l'edilizia scolastica, l'energia e la polizia agro-forestale funzioni per le quali  credo sia evidente  a tutti il cambio organizzativo non ha dato nessun beneficio in termini di efficacia.

2) l'abuso dei decreti leggi con: non rispetto delle deleghe, trattazioni di questioni in cui è assente il requisito di urgenza ed anche quello di omogeneità espropriando il ruolo legislativo del parlamento a favore del potere esecutivo del governo

3) l'abuso del voto di fiducia con: l'impossibilità di emendare e la forzatura ad approvare leggi dubbie e dunque di nuovo andando a ledere il ruolo dibattimentale e legislativo del parlamento

4) l'uso improprio dei DPCM stigmatizzato dalla stragrande maggioranza dei costituzionalisti, ma ancora in vigore a molti mesi dall'inizio dell'emergenza COVID

5) la riduzione del numero dei parlamentari, approvata per via referendaria dopo una campagna (assente e palesemente sbilanciata) e con modalità di voto inusitate (election day), riduzione che lede gravemente la rappresentanza democratica, l'uguaglianza dei cittadini e compromette la funzionalità del parlamento, in particolare del Senato.

Il comportamento della RAI, in teoria servizio di informazione pubblica, a favore del sì al referendum e dunque delle posizioni governative è stato censurato dall'autority di garanzia ed è l'ennesima prova che il servizio pubblico lottizzato più che mai nell'epoca dei 5 Stelle al potere (alla faccia delle promesse fatte quando erano all'opposizione) non lavora per i cittadini, ma per il governo.

Ed il quinto potere è fondamentale per la democrazia, ma il panorama italiano è desolante, mentre l'informazione alternativa sui social si rivela sempre più di scarsa affidabilità e in mano a chi detiene il potere economico nella rete.

A fronte di tutto ciò la democrazia reale italiano sta scivolando sempre più lontano dall'ideale fino a rischiare di finire fuori dal perimetro della realtà democratica insieme a paesi come la Russia, la Bielorussia e la Turchia.