"Non vogliamo entrare in un nuovo stato, ma in una nuova era", così Charles Puidgemont, presidente in esilio della Catalogna, convinto europeista, che ha capito che l'Unione Europea si salva solo uscendo definitivamente dalla trappola nazionalistica per rifondarsi su base localistica e democratica.
Per chi teme la secessione dei ricchi dai poveri, vale per la Spagna, ma anche per l'Italia giova ricordare che la Germania federalista, con ampie autonomie anche fiscali dei Laender ha ridotto del 30% il divario tra Est ed Ovest in un decennio dalla riunificazione mentre nello stesso periodo il divario tra Sud e Nord nell'Italia centralista cresceva di quasi il 20%. Di fatto dall'Unità ad oggi le cose per il Sud sono andate sempre peggiorando rispetto al Nord segno evidente che i trasferimenti che gravano sui cittadini del Nord, e oggi nella congiuntura mondiale rischiano di affossarlo, non aiutano lo sviluppo del Sud, ma ne perpetuano l'arretratezza.
Del resto perché anche il Sud si affida oggi al Padano Salvini? Il problema è se la necessaria autonomia del Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna andrà veramente avanti e si concretizzerà rapidamente in una cosa seria o sarà la solita truffa gattopardesca, che aiuterà solo i cinesi a fare un solo boccone di un'Italia troppo divisa dall'Europa e troppo schiacciata dall'inefficienza centralista romana..
http://debolisegnali.altervista.org/Manifesto_eu7dot0.html
domenica 24 marzo 2019
domenica 3 marzo 2019
MANIFESTO PER UN EUROPA CONFEDERALE CANTONALE
IL CONTESTO
Il quadro ormai consolidato della situazione planetaria nel secondo decennio del XXI secolo mostra tre ordini di problemi, che è necessario affrontare con urgenza e radicalità. In primo luogo il problema ambientale che riguarda la biodiversità, il riscaldamento globale e l'esaurimento delle risorse fossili.
Il patrimonio di specie si sta drammaticamente riducendo, in particolare negli habitat più ricchi, le foreste pluviali e gli oceani. Le conseguenze sono la fragilità di interi ecosistemi che rischiano di non riuscire più a trovare punti di equilibrio e di andare dunque integralmente perduti, la perdita di future risorse farmaceutiche in larga parte ancora da scoprire e la perdita di specie importanti dal punto di vista alimentare. La stessa biodiversità coltivata per la diffusione di sementi selezionate versa in grave pericolo; secoli di attenta selezione negli ambienti più disparati e dunque idonei a situazioni climatiche differenti sono ormai andati persi e ciò che resta è nelle mani di pochi contadini, che vengono per lo più considerati arretrati. A fronte dei sistemi di coltivazioni cosiddetti avanzati la fertilità dei suoli è quasi ovunque a livelli che rasentano la sterilità. Il patrimonio ittico depauperato dalla pesca industriale e dallo spaventoso inquinamento delle acque con i residui dispersi delle materie plastiche è largamente compromesso. Il cambiamento climatico, al di là della sua controversa origine, sfida ulteriormente il futuro dell'agricoltura e la vita degli oceani in particolare nelle barriere coralline. La crescente coscienza dell'intrinseca connessione tra tutti gli esseri viventi, che formano il complesso ecosistema terrestre, rischia di essere tardiva per salvare il mondo così come lo conosciamo.
Di rilievo meramente antropico, ma dagli effetti certamente pesanti per l'organizzazione economico-sociale, è l'esaurirsi o quantomeno l'accresciuta difficoltà di estrazione di molte risorse fossili dal petrolio, al carbone, all'uranio a molti altri metalli di uso industriale.
Tutti questi mutamenti in atto hanno un forte impatto sul secondo elemento di crisi che è rilevabile sul piano della coesione sociale.
Gli equilibri sociali su cui si basa la pacifica convivenza del genere umana vivono una fase estremamente delicata, come testimoniano i molti conflitti in un epoca in cui dovrebbe essere ormai universalmente assodata la convenienza e la fattibilità di soluzioni negoziali.
Alla base di tale instabilità vi è la crescente diseguaglianza nella distribuzione delle risorse, sia tra le nazioni, sia tra gli individui all'intero dei singoli paesi.
La quantità di beni in possesso di una piccolissima percentuale della popolazione è talmente spropositata da lasciare allibiti e far temere l'aprirsi di conflitti sanguinosissimi.
Il terzo grande campo di crisi è quello culturale.
Le grandi ideologie dell'epoca moderna che erano state una forza propulsiva in grado di guidare l'evoluzione sociale e di cementare segmenti di società nei secoli appena trascorsi sono ormai relegate a piccole nicchie mentre le religioni segnano il passo, se non per l'affievolimento del sentimento religioso, per la perdita della loro funzione di coesione sociale sia per effetto della frammentazione delle fedi - dovuta da un lato alle migrazione dall'altro all'apertura alle esperienze di culture lontane – sia per la marginalizzazione del loro ruolo morale rispetto alle pratiche di vita ormai individualizzate.
Il nuovo collante globale è costituito dal consumismo che spinge ad un appiattimento dei gusti e dei valori conforme all'offerta industriale, ad un consumo acritico ed emozionale ad una insoddisfazione permanente dell'essere umano da colmare con sempre nuovi e sempre più effimeri desideri da bruciare in un orgia parossistica di acquisti compulsivi.
Le nuove tecnologie se da un lato offrono molte opportunità di scambio culturale, di potenziale acceso alle informazioni, di cure mediche, di nuovi e più efficienti sistemi di produzione sul piano gnoseologico creano una serie di problemi dall'eccesso di informazioni, all'aumento della complessità tecnologica, allo sincoparsi dei tempi in tutte le forme di comunicazione rendendo difficoltoso qualsiasi approfondimento e ancor più una coerente ed esaustiva visione complessiva, compito imprescindibile, insieme alla capacità di mediazione, della politica.
La globalizzazione economica, che avvantaggia soprattutto pochi grandi gruppi industriali e finanziari, segna grossi ritardi sul piano dei diritti politici, sindacali e civili, mentre la corsa alla crescita illimitata appare sempre più irrealizzabile, inutile per il benessere umana e deleteria per il pianeta.
L'EUROPA OGGI
In questo conteso si inserisce la crisi politica europea che nasce però, oltre che dalla crisi di idealità, dalla inadeguatezza della classe politica e dalle tensioni economico-sociali, anche da un mancato riconoscimento, o quantomeno da una sottostima, dei risultati ottenuti grazie al cammino di integrazione fin qui compiuto che ha garantito pace, benessere economico, facilità negli scambi economici e culturali finanche alla nascita di una identità comune (perlomeno nelle fasce più colte delle nuove generazioni), lo smorzamento dei conflitti interni nazionali grazie al capro espiatorio europeo (a tutto vantaggio della classe politica).
Gli aspetti negativi dell'integrazione appaiono per lo più legati alla sua incompiutezza: mancata gestione dei flussi migratori più poveri, sperequazioni fiscali, nei servizi sociali e normative, deficit democratico. Appaiono particolarmente limitanti la mancata integrazione delle politiche estera e di difesa e addirittura incredibile, a fronte della moneta unica, quella dei sistemi bancari.
Il deficit democratico non riguarda solo il parlamento europeo, la commissione o la banca centrale, ma è ravvisabile nella rappresentanza delle comunità locali, lacunosa già a livello nazionale e regionale e in alcuni Stati, vedi l'Italia e le sue Provincie, in ulteriore smantellamento.
L'EUROPA DOMANI
Per contrastare il processo di disgregazione che, a partire dalla Brexit, cerca in modo paradossale di ovviare ai difetti delle istituzioni e dell'organizzazione dell'Unione tornando ad un insano e inconcludente nazionalismo e per rivitalizzare invece il progetto originario rafforzando la coesione interna è necessario da subito lavorare alle seguenti riforme:
1) quella delle Istituzioni Europee, rendendo la Commissione un autentico Governo Europeo che risponda al Parlamento che la elegge e depotenziando il Consiglio dei Ministri fino ad eliminarlo;
2) operare una duplice devoluzione di competenze:
a) dai governi nazionali al governo europeo, per quello che riguarda esteri, difesa, tesoro ed alcune competenze di politica interna ed economica e
b) dai governi nazionali agli enti locali, ad esempio per l'Italia fino al livello provinciale, per alcune competenze di polita interna ed economica, agricoltura, sanità, istruzione.
3) uniformare e informatizzare i sistemi burocratici semplificando gli oneri e gli obblighi per cittadini e imprese.
Il punto di arrivo dovrebbe essere una confederazione di piccoli cantoni sul modello elvetico (es. le provincie italiane), con il livello nazionale ridotto ad assemblee regionali in cui i rappresentanti dei cantoni si confrontano con il ministero degli affari regionali del governo europeo.
Centrali nella politica sia confederale sia dei cantoni dovranno essere l'istruzione, l'alimentazione e l'agricoltura, l'ambiente, i diritti civili a partire dal diritto alla conoscenza.
CONCLUSIONI
Il percorso verosimilmente percorribile sarà quello di realizzare tra il massimo numero possibile di paesi aderenti sia alla moneta unica sia al libero transito di merci e persone, e quantomeno tra i paesi fondatori, un'autentica federazione di stati (Stati Uniti di Europa), che verrà gradualmente trasformata in Confederazione Cantonale. L'Unione potrà continuare inizialmente a sussistere per portare alla successiva integrazione di altre nazioni o alla formazione di forti relazioni bilaterali tra Confederazione Europea e Stati Nazionali.
Giacché è il linguaggio a consentire il pensiero ed il pensiero a plasmare la realtà non è possibile concludere senza citare il problema linguistico. Ogni cantone europeo avrà il compito di promuovere e tutelare tutte le culture presenti nel suo territorio, in particolare quelle autoctone, mentre a livello confederale sarà opportuno adottare una unica lingua comune, che potrebbe essere l'euro-english, sganciandolo quanto prima possibile dall'inglese britannico, o potrebbe essere l'Esperanto, Le esperienze israeliane e irlandese insegnano che una lingua può diventare viva nell'arco di 2 generazioni per scelta delle scuole e delle istituzioni. Questa seconda soluzione appare la più favorevole.
Sedico, 25/09/2017
Gerhard Kuehl
domenica 10 febbraio 2019
GIVE EUROPE A CHANCE
I ever celebrated
the enlargements of European Community and Union, but now is time to
have a stronger Union, even smaller but stronger or we are risking to
see the end of the european dream.
We need as soon as
possible:
1) direct democracy:
european parlament which elects european governament and no more
commission and no more council.
2) Euro currency for
all countries, who don’t wont Euro should get out
3) free circulation
(Schengen) in the whole union
4) just one central
bank, just european debt emission, tax armonization
5) european army,
european central police, european foreign office
6) devolution from
national to local level (italian province, german Kreise, french
departments, spanish provincias and so on) of most of political
competence, national level should have a residual regional
coordination role, it means we need an european confederation (suisse
confederation could be a model)
7) social and
economic equity among all the citizens
8) migration flows
management at european level
9) a new PAC with
payements of environmental services of susteneable agricolture on the
basis of work units
10) less burocracy
domenica 3 febbraio 2019
LA VERTIGINE ONTOLOGICA
L’essere,
come afferma Emanuele Severino, in quanto tale non può che essere
eterno ed immutabile, non può originare dal non-essere né svanire
nel non-essere. Ciò implica che l’intero spazio-tempo, ogni
infinitesimo volume e ogni attimo esistano da sempre e per sempre. E
ciò che noi vediamo come dinamico è solo l’apparire dell’essere
per il fluire della coscienza.
Ma
se l’essere è immutabile e noi solo lo vediamo apparire e poi
celarsi, vi è spazio per il nostro libero arbitrio? Ve ne è in
realtà tantissimo, perché l’apparire disvela sempre solo una
piccola parte dell’essere e quale parte venga illuminata può
essere determinato proprio dalle nostre scelte.
Le
teorie delle stringhe ipotizzano da 10 a 26 dimensioni e dunque una
piccola serie di universi paralleli, ma potenzialmente la realtà
fisica può differire al variare dello stato quantico di ciascuna
particella. Per sapere le combinazioni di stati quantici delle
particelle dell’universo dobbiamo elevare gli stati quantici di
ciascuna particella per il numero delle particelle elementari ossia
per circa 2,5*10^89. Questo numero andrebbe poi moltiplicataoper gli
istanti di tempo contenuti tempo di vita completo dell’universo.
L’età attuale dell’universo è di circa 4,3*10^11 millesimi di
secondi. Arriviamo solo con la vita passata dell’universo per le
combinazione delle particelle ad un numero attorno a 6,8 * 10^100.
Quindi con questa ipotesi gli universi paralleli andrebbero computati
almeno nell’ordine delle decine di googol (1 googol = 10^100).
Ma
questo computo fisico è quasi irrilevante, in quanto l’essere
eterno e immutabile da sempre e per sempre deve contenere tutti i
tempi, dunque il tempo in esso contenuto deve essere infinito senza
inizio e senza fine o l’essere sorgerebbe e cesserebbe.
Analogamente lo spazio deve essere infinito. E a questo punto anche
le dimensioni saranno logicamente infinite. In questo modo tutte le
scelte anche le più irrilevanti di ciascuna creatura dell’universo
può trovare un universo parallelo in cui apparire. L’apparire
fluirà dunque non solo tra i tempi e gli spazi, ma anche tra le
dimensioni, verosimilmente intersecando varie dimensioni.
Da
tutto ciò Dio non è necessariamente escluso, potremmo anzi avere
infiniti dei, magari uno per ogni dimensione, certo non dei
onnipotenti e creatori, ma semplici demiurghi, parti dell’essere e
determinanti dell’apparire.
Abbiamo
dunque un essere infinito in ogni senso possibile e un apparire
infinitesimale. Ed il non-essere che spazio trova se l’essere
riempie ogni cosa (una sorta di Tao pietrificato, mentre il suo
mutamento è puro apparire)? Il non essere è una trascendenza
dell’essere, una sorta di super-essere fuori dagli infiniti
infiniti dell’essere, dunque un paradosso che non può esistere e
dunque c’è senza esserci.
In
tutta questa vertiginosa concezione resta inevasa la questione della
freccia temporale: perché l’apparire ha una direzione temporale
irreversibile? Cosa impedisce di disvelare sezioni diverse
dell’essere navigando tra i tempi e le dimensioni? Perché la
coscienza fluisce? O ancora quante diverse coscienze fluiscono
nell’essere? Infiniti apparire è il minimo che mi sento di
prevedere.
Ma a chi appariranno?
Ma a chi appariranno?
giovedì 24 gennaio 2019
RIFORMA DELLA PAC ED ECONOMIA CONTADINA
Il
dibattito sulla riforma della PAC è in corso, ma è improbabile
possa avvenire quel cambio di prospettiva che sarebbe invece
necessario e che è ben comprensibile se si approccia il problema del
riconoscimento dei vantaggi di una economia contadina, realtà per
fortuna sempre più attuale, ma che purtroppo ad oggi non ha ancora
nessun riconoscimento giuridico (una bozza di legge in tal senso
giace da anni in parlamento).
Il
paradigma economico classico, ancora faro degli economisti agrari di
Bruxelles, prevede che l’imprenditore agricolo, massimizzi il
proprio profitto.
L’equazione
che sta alla base è quella del tornaconto, che ogni studente di
economia agraria ben conosce:
TORNACONTO
= VALORE PRODUZIONE – SPESE VARIE – AMMORTAMENTI -
SALARI&STIPENDI – INTERESSI – BENEFICIO FONDIARIO – TASSE
che
possiamo riscrivere, per meglio comprenderla, in termini di
remunerazioni :
REMUNERAZIONE
IMPRENDITORE = RICAVI PRODUZIONI – COSTI PRODUZIONI & GENERALI
– RIPRISTINO BENI DUREVOLI - REMUNERAZIONE LAVORO – REMUNERAZIONE
FINANZIATORI – REMUNERAZIONE PROPRIETARI TERRENI – REMUNERAZIONE
STATO
E’
evidente che per massimizzare la remunerazione dell’imprenditore
(profitto o tornaconto) è conveniente da un lato sotto-remunerare
quanto più possibile tutti i fattori produttivi, dall’altro
sfruttarli al massimo, anche senza tener conto degli effetti sugli
stocks di lungo periodo. In parole povere ciò significa che anche il
terreno è un fattore produttivo come un altro e va semplicemente
sfruttato. Non è in fondo sorprendente che sulle base di questa
impostazione concettuale i terreni agricoli stiano andando incontro
alla progressiva sterilizzazione e le risorse ambientali, importanti
anche in ottica aziendale dato l’impatto agro-ecologico, siano
sempre più compromesse nella loro capacità di rigenerazione .
Nel
paradigma dell’economia contadina, al contrario, gli obbiettivi del
soggetto che esercita l’attività agricola, il contadino, sono
molteplici e possono essere riassunti in tre macro-obbietti
(conservazione del patrimonio, fornitura di servizi, ottenimento di
reddito) che hanno svariate declinazioni economiche e sociali sia in
ambito aziendale sia extra-aziendali in termini di servizi resi alla
collettività (vedi figura: Obbiettivi dell’azienda agricola
nell’economia contadina).
Figura: Obbiettivi dell’azienda agricola nell’economia contadina
Per
quanto riguarda la remunerazione monetaria (il reddito) è sia
illusorio sia iniquo pensare che essa possa derivare in modo
soddisfacente solo dalla vendita dei prodotti.
Illusorio
perché con l’ampliamento dell’offerta di prodotti
agro-alimentari biologici in atto, peraltro auspicabile per gli
effetti sulla salute e sull’ambiente, i prezzi sono inesorabilmente
destinati a scendere, iniquo perché restano non remunerati una larga
parte dei vari servizi svolti dall’azienda agricola a vantaggio
della collettività tra cui in primo luogo quelli ambientali.
Un’integrazione
molto probabilmente necessaria al reddito dovrebbe sortire dalla
remunerazione di servizi ricreativi offerti dall’azienda agricola,
il che però comporta investimenti economici e disponibilità di
personale.
Soprattutto
però una remunerazione completa non può prescindere dalla
compensazione dei servizi ambientali, che un’azienda contadina
(implicitamente biologica) offre in misura consistente alla
collettività.
Va
sottolineato che un’azienda agricola biologica, anche non
completamente all’interno di un contesto di economia contadina,
rende tali servigi in misura considerevolmente superiore rispetto ad
una azienda agricola convenzionale e tanto più quanto più l’azienda
convenzionata sia legata a tecniche basate sulla chimica con tutte le
ricadute negative sulla fertilità dei terreni, sulla salute delle
persone, sulla qualità dell’ambiente.
Remunerare
questi servizi ambientali attualmente offerti gratuitamente
dall’agricoltura (esternalità positive) dovrebbe essere il compito
della PAC, ma tale compensazione per essere efficace in termini di
tutela ambientale ed equa in termini di pagamento del servizio
effettivamente erogato deve essere collegata non già, come oggi
avviene, anche per le misure esplicitamente finalizzate alla tutela
ambientale, alle superfici, bensì all’impiego di lavoro aziendale,
in concreto alle Unità di Lavoro Agricolo.
E’infatti
indubbio che l’intensità di lavoro aziendale sia direttamente
proporzionale ai servizi ambientali mentre l’estensione in termini
di superfici sia più spesso inversamente proporzionale a tali
servizi.
Un
modello da imitare per una politica agraria strutturata in questo
senso esiste: il sistema dei Pagamenti Diretti all’Agricoltura di
Montagna della Confederazione Elvetica.
Purtroppo
di tutto ciò non si sente nemmeno parlare, per questo sarebbe
importante almeno cominciare a diffondere l’idea.
domenica 16 dicembre 2018
DOVE' L'AUTONOMIA DEL VENETO?
Il vicepremier, ex comunista padano, ex paladino dell'autonomia del Nord, ora campione del sovranismo e del nazionalismo italiano, aveva dichiarato che con lui al governo l'autonomia del Veneto e della Lombardia si faceva in un giorno. Ora Fontana chiede per La Lombardia di chiudere entro la fine dell'anno, il che significa che i tempi previsti e con tutta probabilità reali saranno più lunghi. Sarò disinformato, ma dell'autonomia del Veneto non ne ho più sentito nemmeno parlare.
Fate presto, prima che il prode secessionista padano si converta del tutto al centralismo romano !
Fate presto, prima che il prode secessionista padano si converta del tutto al centralismo romano !
Gilet e corpi
Macron si sta forse pentendo di aver indebolito i suoi nemici, i sindacati, con cui non voleva perdere tempo a trattare. Ora infatti con i gilet gialli vorrebbe trattare, ma non può. I corpi intermedi non sono così inutili come ormai troppi pensano anche in Italia e l'anarchia è una bella utopia, da lasciare per un lontano futuro, ma con i tempi che corrono e i tanti poteri già in lizza per il dominio della società troppo pericolosa per la libertà .
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