domenica 2 giugno 2013

FESTA


Si perde in infiniti riflessi
la luce della luna
sull’acqua della laguna
si perde in nera malinconia
l’anima mia straziata
di bellezza e solitudine
dentro questa folla festante
e distante.

domenica 26 maggio 2013

TRENO NOTTURNO


Sferraglia un treno
ateo nella notte,
nulla illumina
con le sue luci
smorte
e negli occhi vacui
dei finestrini appannati.
Nella mia veglia gravida
ringrazio almeno
di non essere là.

domenica 19 maggio 2013

DOLCI MELANCONIE


Non da lacrime
e vento
ma da scrosci estivi
di passione
è scavato il carso
del mio cuore,
ancora m’infonde
l’odore grasso
della pioggia d’agosto
pace ancestrale,
su tappeti di muschio
riposa la tarma
dell’esistenza,
ma già mi scopro
rannicchiato e nudo
alla ricerca
del calore fetale.

domenica 12 maggio 2013

PUNTO DI VISTA


Esiste veramente il mare?
Esiste veramente il sole?
Ombre nervose
s’intrecciano nella nebbia
tra i banchi ancora vuoti
del mercato,
invisibili scendono le chiatte
ruggendo e ululando,
nulla sfugge al mio occhio
da un altro spazio
da un altro tempo,
nulla resta di irrisolto
in questa vita
quando le domande
perdono valore.

domenica 5 maggio 2013

DETLEF


Detlef era nato sotto le bombe. 
Sua madre Ursula era andata con la figlia dodicenne Ingrid a pescare gamberi nel Muehlenbach. Lì erano cominciate le doglie. 
Si era affrettata per quanto poteva a tornare in città. Ma mentre attraversava il quartiere di Neustadt per tornare a casa era suonato l'allarme antiaereo. 
Un attimo dopo era cominciato il travaglio. Si era stesa sul marciapiede vicino alle rovine di una casa colpita da una bomba. Sperando che dove era già caduta una bomba non ne cadesse un'altra. 
Lì con l'aiuto della sorella era nato Detlef. Dopo pochi minuti una bomba era caduta vicino alla casa, per fortuna dall'altro lato. Ma la sala parto era stata ricoperta di polvere. 
Detlef si era consolato con la prima poppata. 
Poi cessato il bombardamento erano arrivate delle persone. Con una carriola madre e figlio erano stati portati all'ospedale. 
Qualche settimana dopo la madre aveva deciso che la città non era un posto sicuro, aveva preso i 2 figli e poche cose in uno zaino e si era diretta verso la campagna.
Lì aveva trovato posto in una fattoria isolata ai margini del bosco dove un'anziana signora era rimasta sola avendo perso marito e figli sul fronte russo.
Detlef era accudito per lo più dalla sorella e cresceva libero e forte.
Due anni dopo la fine della guerra conobbe il padre che ritornava dall'Africa. Prigioniero degli inglesi in Tanzania aveva raccontato di essere scappato e di aver attraversato l'Africa a piedi facendo il bracconiere, il predone e varie altre cose. 
Detlef era ancora piccolo, ma rimase molto
impressionato dai racconti del padre. 
Appena due settimane dopo il ritorno a casa il padre fu travolto da un autocarro dell'esercito americano e tutto tornò come prima.
Detlef andò a scuola e spinto dalla madre che voleva tornare in città diventò contabile.
Nel frattempo però la madre si era ammalata di tisi ed era morta.
Così Detlef andò a lavorare al Municipio del paese vicino, ma senza abbandonare la fattoria della nonna adottiva dove rimase anche la sorella.
La sorella si sposò con un commerciante di frutta e verdura e Detlef abbandonò il lavoro al Municipio per occuparsi a tempo pieno della fattoria e dell'anziana signora, che di lì a poco morì.
In seguito però ritornò a casa la sorella che approfittando della carcerazione del marito coinvolto in una organizzazione criminale che controllava tutti i traffici illeciti della regione e per la quale aveva commesso un omicidio era riuscita a liberarsi dalla sua convivenza ormai diventata insopportabile.
Non fu un periodo facile per Detlef che cercò invano di aiutarla ad uscire dalla schiavitù degli psicofarmaci e delle anfetamine in cui era caduta.
Proprio dopo il funerale della sorella Detlef per rinfrancarsi fece una lunga passeggiata nel bosco.
Detlef imboccò uno dei sentieri che era solito percorrere per cui non v'era niente di particolarmente nuovo nel paesaggio, ma poiché sentiva il bisogno di liberare la mente dai pensieri tetri Detlef si impegnò ad osservare con attenzione ogni cosa. 
Il sentiero stesso, l'erba, gli alberi, il cielo, gli insetti ed i sassi. Guadò il torrente e giunse ad una piccola radura. Sul bordo della radura c'era un grosso ramo caduto di recente, probabilmente durante l'ultimo temporale. 
Gli aghi erano ancora verdi e freschi. Il ramo era perfettamente dritto e aveva un lungo tratto senza rami laterali. La corteccia era perfetta. Detlef contemplò il ramo per alcuni minuti e per qualche ragione che non riuscì a capire, ma la cosa non lo disturbò più di tanto dato che la nuova idea che gli era venuta occupava quasi tutta la sua mente, ad un certo punto pensò che avrebbe potuto intagliarlo e ricavare una statua.
Tornò rapidamente a casa e presa un'ascia tornò alla radura e liberò il pezzo di ramo che gli serviva. Con qualche difficoltà lo caricò su una spalla e si avviò lentamente verso casa. Dovette fermarsi varie vole a riprendere fiato, ma alla fine scaricò il ramo nella rimessa degli attrezzi sul bancone da lavoro che stava sul lato sotto la finestra.
Lo osservò ancora a lungo.
Pensò al legno, alle sue fibre, alle molecole di amido e agli atomi di carbonio, ai protoni, ai neutroni e agli elettroni a tutto quel vuoto vertiginoso. Pensò al vuoto della sua vita. A quelle poche frasi che ricordava di suo padre: “E' un miracolo che io sia arrivato”. “Ho fatto cose che non avrei voluto fare, ma quando devi sopravvivere il resto passa in secondo piano”. “L'Africa è una terra incredibile”. Pensò a sua madre così forte e decisa e poi così debole durante la malattia che l'aveva consumata. A sua sorella così inquieta, alla sua nonna adottiva così dolce. All'inutile carriera di contabile, alla fortuna invece di poter fare il contadino.
Poi ritornò a pensare alla statua che avrebbe ricavato da quel ramo.
Iniziò a intagliarlo da una estremità fino ad abbozzare una testa di uccello, ma poi ad un certo punto la testa diventò quella di un uomo, così proseguì con le spalle e il busto umano, ma lì la figura iniziò ad assumere fattezze femminili. 
Allora Detlef tornò su e tentò di trasformare la testa, ma ne uscì una testa di topo. Il corpo di topo riuscì anche bene, ma Detlef si chiese che significato dovesse avere la statua di un topo. Così distrusse la testa e ricominciò a lavorare il corpo. Man mano che il lavoro procedeva nuove forme emergevano dal legno e nuove idee si affacciavano alla mente di Detlef, talvolta coerenti talvolta in contrasto con la sua opera. 
Così Detlef continuò a incidere cambiando via via il soggetto, ma finendo inevitabilmente per ridurre le dimensioni del pezzo di legno fino a ottenere una statuina piccolissima. Tutt'intorno c'era una montagna di trucioli. Erano passati 3 giorni e 3 notti. A quel punto Detlef trasformò la statuina in una piccola croce.
Non che Detlef fosse particolarmente religioso, ma andava regolarmente in chiesa perché amava la compagnia, i saluti e le chiacchiere dopo la cerimonia, i canti e aveva simpatia per il pastore e la sua famiglia.
Ripulì e mise via la piccola croce, che custodì poi per anni gelosamente nel cassetto dei documenti più importanti.
Fu in quei giorni che Detlef si rese conto che la sua fattoria produceva molto più di quanto gli serviva, che ciò che guadagnava vendendo i prodotti in eccesso finiva in gran parte per pagare carburante, sementi, fertilizzanti, antiparassitari e dei soldi che metteva via non sapeva che farsene. 
Si rese anche conto che quel sistema di coltivazione stava depauperando il terreno, la cui fertilità veniva mantenuta sempre più artificialmente. In aggiunta Detlef non amava i rumori e non aveva nessuna passione per la meccanica e le macchine.
Allora Detlef operò un salto nel passato e convertì la fattoria con l'uso della sola forza animale buoi e cavalli, del concime e dei residui culturali come fertilizzanti, di sementi autoctone autoprodotte, di antiparassitari naturali come infusi di erbe. 
Le produzione diminuirono drasticamente, ma restarono ben al di sopra del livello di autoconsumo. Barattava qualcosa con vestiti o con qualche attrezzo che gli serviva, vendeva qualcosa per pagare la boletta delle luce e così via. Ma gli restava sempre qualcosa. Così Detlef decise di regalare tutti i prodotti che non gli servivano alla mensa dei poveri che il pastore e sua moglie avevano istituito.
Queste scelte in breve resero Detlef molto popolare. La usa fattoria diventò meta di visite scolastiche che offrivano a scolari e studenti la possibilità di visionare i metodi dell'agricoltura del passato e di gustarne i prodotti che Detlef volentieri offriva loro.
Una grossa svolta fu il conoscere una giovane coppia di emigrati polacchi che si erano impiegati come lavoratori agricoli in una grossa fattoria della zona.
L'entusiasmo dei giovani per le sue scelte e il ricordo della vecchia nonna adottiva che gli aveva accolti, prima di quando lui potesse ricordare, ma da cui aveva ereditato la fattoria, lo spinse di offrire ai giovani di condividere con lui la fattoria. 
Detlef nell'arco di una decina d'anni divenne nonno di 5 nipotini. Insieme alla sua nuova famiglia sperimentò nuove tecniche culturali e fece entrare la fattoria in un circolo di agricoltura condivisa.
Diventò così un esempio di decrescita, anche se la sua ostinazione a non rinunciare ai consumi di carne gli procurò qualche critica e antipatia.
Un giorno Detlef decise di seppellire la statuetta nel bosco proprio nella radura dove stava l'albero da cui era stata tolta e disse:
“ora anch'io sono pronto a tornare alla terra in santa pace”
E anche noi gli auguriamo, quando verrà la sua ora, di andarsene in pace.

domenica 28 aprile 2013

LA SOCIETA' DEI GIUSTI


I giusti erano integerrimi.
I giusti erano odiati dai signori perché ai signori rimproveravano continuamente l'avarizia e la durezza verso i loro servi e chiedevano continuamente conto del benessere dei servi.
I giusti erano odiati dai servi perché ai servi rimproveravano continuamente l'indolenza e la disonestà e chiedevano continuamente conto della solidarietà reciproca e della lealtà ai signori..
I giusti erano amati dai servi perché rendevano migliore la loro vita e li proteggevano dall'iniquità dei signori.
I giusti erano amati dai signori, perché spingevano i servi a lavorare meglio e li calmavano evitando le rivolte.
I giusti erano molto impegnati, ed erano molto rispettosi verso tutti. Erano aperti. Ogni servo poteva entrare nella società, ma erano molto esigenti circa il comportamento e l'impegno nella missione sociale. Poi con il tempo si poteva entrare nel consiglio dei rappresentanti, poi in quello dei saggi e infine in quello degli anziani. C'erano alcuni piccoli privilegi, ma maggiori responsabilità, ma il saldo doveva essere positivo perché nessuno chiedeva mai di uscire dai vari consigli.
Venne però una grande carestia e la gente cominciò a morire di fame.
Alcuni signori incominciarono a dividere i loro beni con i servi, sicché signori e servi divennero molto più simili e si capivano bene direttamente senza bisogno dei giusti, I giusti non erano più richiesti né dagli uni né dagli altri e non sapendo più che fare finirono per non esserci più.
Molti altri signori si arroccarono finché i servi prima di morire tutti di fame si ribellarono. Diversi giusti si misero con i rivoltosi altri cercarono di difendere i signori e con loro vennero massacrati.
I giusti si chiesero sempre cosa fosse giusto fare, ma essendo giusti e pur dividendosi tra loro, non pensarono mai di avere forse sbagliato qualcosa e la loro società non fu mai sciolta, ma evaporò.

domenica 21 aprile 2013

SENTINELLE

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Il rumore della pioggia era così forte da coprire tutti i rumori della foresta e dense nuvole di vapore si alzavano dalla volta verso il cielo quasi a voler ricostituire immediatamente la coltre di nuvole. L'uomo era quasi in cima al più alto emergente della zona e riusciva a spingere lo sguardo fino all'orizzonte. Era ormai intriso d'acqua. Abbassò il binocolo e abbandonò la postazione di osservazione. Scese con l'ausilio di alcuni pioli fino ai rami più grossi degli alberi della volta e lì con agilità e la sicurezza di chi conosce la strada a memoria passò rapidamente di albero in albero.
Infine dopo una ventina di minuti scendendo lunga una scaletta di corda raggiunse il ballatoio di casa, una decina di metri dal suolo. Scostò la zanzariera ed entrò. Staccò il cinturone con il machete e lo appese al muro. Ripose anche il binocolo. La donna che stava leggendo seduta alla scrivania si alzò e gli andò incontro. Lui si fermò. Lei lo cinse e gli appoggio la testa sul petto. Lui appoggiò le mani sui suoi fianchi. Lei alzò lo sguardo sul suo viso. L'hai vista? Lui scosse la testa. Lei allungò la lingua a bere le grosse gocce che si staccavano dai suoi riccioli. Poi leccò l'acqua che gli scorreva sul collo e, aprendo la camicia, quella che gli bagnava il petto e il ventre. Gli slacciò i calzoni e abbassò gli slip. Il suo membro incominciava già a sollevarsi e nella sua bocca raggiunse in pochi secondi l'erezione completa. Lui la fece alzare, le fece cadere il gonnellino e le abbassò gli slip quindi la mise a sedere sulla scrivania. Lei divaricò le gambe e lui si spinse dentro di lei. Alla fine lui andò a stendersi sull'amaca e lei riprese a leggere, mentre il rumore della pioggia accompagnava ovattato i suoni della foresta.

La donna camminava veloce sulla neve gelata. Le stelle brillavano nella notte artica. Il freddo era già pungente, ma incominciò ad alzarsi il vento. La donna girò la torcia tutt'intorno, poi incominciò a tornare sui suoi passi. Sapeva che il vento poteva congelarla e doveva quanto prima tornare al coperto. Il vento cominciò a fischiare. La donna camminava con passo regolare, guai a restare senza forze, le soste non erano ammesse. Finalmente arrivò al villaggio. Aprì la prima porta e la richiuse, quindi aprì la seconda porta ed entrò in casa. L'uomo stava aprendo dei baccelli. Lei si tolse la giacca, ma tremava dal freddo. Lui l'abbracciò da dietro. Niente? Lei sospirò e sussurrò: niente.
Lui raggiunse con le sue mani calde la pelle del suo ventre, Salì sui seni e scese sulla vulva, mentre le baciava il collo. Lei incominciò a spogliarsi. Lui la imitò. Poi insieme si stesero sul tappeto di fronte al fuoco. Si rotolarono a lungo, poi stremati si coprirono con una grossa coperta e si addormentarono.

La carovana comparve in cima alla grande duna poco prima del tramonto. Nella piccola oasi tutti corsero a prepararsi e quando i cammelli arrivarono i bambini corsero loro incontro urlando. I ragazzi erano pronti a prendersi cura degli animali e gli anziani dei conducenti. Le donne erano sparite. L'uomo salutò e poi si separò dal gruppo e si diresse verso la casa. La donna gli baciò la mano e lo condusse al bagno. La vasca fumava e l'aria era profumato di sandalo e di cocco. L'uomo si spogliò ed entrò nella vasca. La dona con una brocca gli bagnò il capo, L'uomo cominciò a raccontare del suo viaggio fuori e dentro il deserto e poi cominciò a cantare, La donna sorrise si spogliò e si calò nella vasca. Alla fine gli sussurrò nell'orecchio hai qualche indizio? Nessuno sospirò lui nessuno. Dunque ripartirai? Sì, come sempre. Allora vieni qui e si riattaccò alla sua bocca.

Diede un ultimo sguardo intorno, poi risalì con calma. Appena fuori dall'acqua i polmoni si spalancarono e l'aria irruppe quasi dolorosamente. La donna si aggrappò alla piroga. Fece un paio di respiri poi si issò su. Tolse l'ancora e pagaiò veloce verso la riva. L'uomo usciva dal bosco proprio in quel momento e vedendola arrivare corse sull'arenile e la aiutò a tirare a secco la piroga. Lei si sdraiò. Ansimò: ancora nulla. Sì certo rispose lui pacatamente. Si sedette accanto a lei. Guardò affascinato i suoi seni che si alzavano ed abbassavano ritmicamente. Lei gli sorrise- Lui si inginocchiò e con la lingua gli inturgidì i capezzoli poi scese lunga la pelle salmastra fino a raggiungere il clitoride. Il suo ansimare si trasformò in un lungo gemito. Lui non mollò la presa finché lei non lo tirò per le spalle. Allora la penetrò stando ben attento a non pesarle sul petto. Quando ebbe finito di eiaculare, si sdraiò al suo fianco. Lei gli prese la mano. Guardiamo insieme disse lui. Sì, insieme cantò lei. E insieme chiusero gli occhi

La vecchia lavorava a maglia seduta davanti alla finestra e scrutava il sentiero che usciva dal bosco e zigzagando sul pendio portava verso casa. Era ormai l'imbrunire. L'uomo faceva sempre più fatica a camminare e accorciava i suoi percorsi, ma tornava sempre più tardi. Fu felice quando lo vide apparire. Spostò la pentola sopra la parte più calda della cucina economica e preparò la tavola. Quando il vecchio entrò si guardarono negli occhi e sorrisero. Lui scosse la testa lei annuì. Si tolse gli scarponi e si lavò le mani e le scaldò avvicinandole al fuoco della cucina. Mangiarono la minestra e le patate con il burro, chiacchierando della giornata, degli animali e del tempo. Era ormai buio. Si coricarono e tenendosi per mano si addormentarono.

Attorno alla stazione centrale la gente si muoveva come al solito, formando disegni come di formiche. Il traffico scorreva vischioso. Il parco era attraversato dai joggers e da pochi cani accompagnati dai padroni intirizziti. Il vento era debole, ma l'aria era gelida. Nelle strade del centro le persone che uscivano dai negozi entravano velocemente in un altro soltanto per scaldarsi o scendevano velocemente nel metrò. Chi doveva fermarsi per aspettare il bus saltellava per scaldarsi.
Il gruppo di ragazzi restava immobile. Guardavano in basso, si guardavano tra di loro e guardavano intorno, ma quello che vedevano era nei loro occhi, nelle loro memorie. Il cumulo era appena stato chiuso e mancava ancora la piccola lapide con le date e il nome.
Finalmente una di loro parlò. Lo aveva visto, era scritto nei suoi occhi. Tutti la guardarono. I più assentirono. Solo un paio rimasero dubbiosi. Ma a quel punto, lentamente, si rimisero in moto.